«Era un giovanottino di diciotto o diciannove anni, debole in apparenza, dai lineamenti irregolari, ma delicati, e dal naso aquilino. I grandi occhi neri che, nei momenti di tranquillità, dimostravano riflessione ed ardore, erano animati in quel momento dall’espressione dell’odio più feroce. I capelli castano scuri, piantati molto bassi, gli facevan piccola la fronte e nei momenti di collera gli davano un aspetto cattivo. Tra le innumerevoli varietà delle fisionomie umane non ve n’è, forse, alcuna che si sia distinta per una caratteristica più impressionante. La figura snella, elegante e ben fatta, annunziava più elasticità che vigore.»
Così, nel capitolo IV, appare per la prima volta ai nostri occhi il protagonista de Il rosso e il nero, avvincente romanzo d’amore, di costume, psicologico e politico: spiccano in Giuliano Sorel lo sguardo intenso, che ne denota la passionalità, e un fisico “debole in apparenza”, in netto contrasto con quello possente e vigoroso dei fratelli e del padre. In questa scena il conflitto padre-figlio, specchio forse di quello vissuto dallo stesso Stendhal, si manifesta in tutta la sua violenza nei gesti dell’uno, nello sguardo dell’altro (“odio più feroce”): il vecchio Sorel, un contadino analfabeta, con uno schiaffo fa volare nel ruscello sottostante il libro più prezioso di Giuliano, le Memorie di Sant’Elena di Napoleone, per punire il figlio intento a leggere invece che a lavorare. Stendhal ci dà qui un’immagine non certo idealizzata (“lineamenti irregolari”, “aspetto cattivo”, “più elasticità che vigore”) del diciottenne, cui fanno in seguito da contraltare le reazioni delle donne di ogni ceto sociale che lo incontrano e spesso s’invaghiscono di lui a prima vista: la cuoca di casa Rênal, che appena lo vede esclama “Dio, che bel pretino!”, l’attraente barista di Besançon, la cameriera Elisa, che vorrebbe sposarlo, ma anche la ricca madre di famiglia borghese e perfino la nobile giovinetta orgogliosa e sprezzante che, circondata da corteggiatori che l’annoiano, sogna un amore romantico modellato sulle drammatiche vicende di Joseph Boniface de La Môle, suo antenato, e dell’amante, Margherita di Navarra, in cui lei s’identifica. Nemmeno la marescialla di Francia, la virtuosa signora di Fervaques, fervente cattolica, è immune dal suo fascino, costretta a riconoscergli, suo malgrado, “un paio d’occhi bellissimi”. Perfino nelle scene di massa, con la sua bellezza e l’eleganza del portamento, il “bellissimo giovane, molto snello” riesce a attirare gli sguardi della folla.
L’attenzione delle donne, soprattutto se di classe sociale superiore, lo lusinga, ma egli, pur innamorandosi, vive le sue passioni più nei pensieri che negli atti, proiettandosi nel futuro, nel sogno di una conquista o di un romantico amore parigino, o rifugiandosi nel passato, idealizzato e rimpianto. Nel presente, invece, anche durante le scene erotiche solo di rado è pienamente partecipe, frenato com’è dal ferreo autocontrollo che esercita su di sè e sul proprio “smisurato” orgoglio; teme infatti, svelando il suo vero io, di perdere l’amore della donna, di essere da lei smascherato e di non riuscire così a raggiungere il suo obiettivo primario, “far fortuna”. Vede se stesso come un eroe e la propria vita come una guerra, mossa dall’ambizione e dal desiderio di fuggire dall’odiata Verrières e tesa alla conquista di una posizione di rilievo nella società: in quest’ottica, concepisce le proprie azioni come una serie ininterrotta di battaglie, che Stendhal efficacemente evoca utilizzando il lessico militare anche nel descrivere le relazioni sentimentali (“Come un soldato che torni dalla rivista, Giuliano fu attentamente occupato a rievocare tutti i particolari della sua condotta.”, “La osservava come si osserva un nemico con il quale si stia sul punto di battersi”, “Si avvicinò con vivacità al banco e alla ragazza, come se avesse avanzato contro il nemico.”).
Nel suo desiderio di affermarsi, Giuliano è sorretto dall’esempio di Napoleone, che grazie ai racconti del cugino, ufficiale medico nella campagna d’Italia, ed alla lettura di Memorie di Sant’Elena, è divenuto per lui un modello da seguire con una passione tanto “folle” quanto, nell’età della Restaurazione, pericolosa.
«Da molti anni Giuliano non passava, si può dire, un’ora della propria vita, senza ricordare a se stesso che Bonaparte, oscuro tenente, privo di beni di fortuna, si era creato padrone del mondo con la propria spada. Questo pensiero lo consolava delle sue disgrazie, che egli credeva grandi, e raddoppiava la sua gioia, quando ne provava.»
Ben presto, però, Giuliano lucidamente comprende che i tempi sono cambiati: mentre Napoleone aveva iniziato la sua carriera nell’esercito, ora solo il sacerdozio può consentire ad un giovane di umili origini di uscire dall’oscurità. Pur continuando ad identificarsi nel suo eroe e a rimpiangere l’età napoleonica e quella carriera militare che continua ad attrarlo irresistibilmente, decide quindi di simulare una profonda devozione, e si affida per la propria formazione religiosa al curato di Verrières, l’abate Chelan.
L’ascesa sociale di Giuliano e la sua vita amorosa procedono in parallelo, prendendo l’avvio a Verrières, nella lussuosa villa del signor di Rênal: questi, da quando è divenuto sindaco della città, ambisce a distaccarsi dalle proprie origini borghesi per “imitare le usanze della gente di Corte”, e, come le famiglie nobili, decide di affidare i figli ad un precettore. La scelta cade proprio su Giuliano, perché, grazie all’abate Chelan, egli è in grado di insegnare loro il latino, lingua che appare a Rênal come un ulteriore segno di distinzione. Vanamente cerca di opporsi a questa decisione la moglie, trentenne “ancora molto bella”, timida, devota e virtuosa, fedele al marito e insensibile ai corteggiamenti, totalmente dedita ai figli; essa teme “un prete sudicio e mal vestito, che sarebbe venuto per sgridare e frustare i suoi figliuoli”, ma all’arrivo di Giuliano vede subito svanire i propri timori:
«la signora di Rênal rimase colpita dalla grande bellezza di Giuliano. La forma quasi femminea dei suoi lineamenti e la sua aria confusa non sembrarono affatto ridicole a quella donna, a sua volta estremamente timida. L’aspetto virile che in genere è ritenuto necessario alla bellezza di un uomo le avrebbe fatto paura.»
Giuliano, grazie ad intelligenza, cultura e soprattutto camaleontica capacità di adattamento, riesce ad inserirsi in ambienti di volta in volta più elevati, fino ad arrivare alla sospirata Parigi, la meta più ambita. Ad ogni tappa della sua ascesa, egli, dapprima lusingato ed intimidito, si ritrova poi sempre nella medesima situazione: si sente da un lato superiore per intelletto, cultura e sensibilità alle persone che lo circondano, dall’altro inferiore ad esse per nascita, censo e modi (“Più ci si eleva verso i primi gradi della società – pensava Giuliano – e più si trovano maniere affascinanti”), e quindi nel contempo le disprezza, le ammira e le invidia.
Nei diversi ambienti, da quello della “aristocrazia-borghesia” del signor di Rênal al seminario di Besançon, dove la sua cultura ed i suoi modi lo rendono inviso ai compagni, rozzi contadini che hanno scelto quella strada per sfuggire alla fame, fino all’alta nobiltà parigina, che delude Giuliano come aveva deluso il diciassettenne Stendhal, tutte le sue energie sono volte all’obiettivo di “far fortuna”, e profuse nello strenuo tentativo di adeguarsi alle aspettative di chi lo circonda; nasconde quindi i suoi veri pensieri e il suo disprezzo dietro una maschera di “ipocrisia di tutti i minuti”, che si crea controllando non solo il proprio linguaggio, ma anche postura, espressioni e soprattutto sguardi (“I movimenti degli occhi, per esempio, gli dettero molto da fare.”). Attento e distaccato osservatore dei costumi di tutti gli ambienti in cui si trova, come il narratore guarda con ironico disprezzo all’ignoranza di una borghesia interessata solo al denaro e ad imitare i costumi dei nobili, all’alterigia di questi ultimi, all’ipocrisia dei gesuiti, ma la sua passionalità non gli consente di padroneggiare fino in fondo la propria sorte….
Giuliano è il protagonista assoluto del romanzo; gli altri personaggi entrano in scena quando si relazionano con lui, poi scompaiono per riapparire solo se incrociano di nuovo la sua strada. Le vicende di cinque anni della sua vita si snodano davanti ai nostri occhi su due piani: quello della finzione, prevalente in azioni e dialoghi, e quello della verità, quasi sempre ignoto agli altri personaggi ma svelato ai lettori dai numerosi soliloqui di Giuliano, che si infittiscono nell’ultima parte del romanzo e che spesso accompagnano come a parte teatrali le conversazioni, smascherando così l’ipocrisia che ammanta le parole del protagonista.
Da narratore onnisciente, Stendhal sceglie di mettere a nudo anche altri personaggi, come il gesuita abate De Frilair, mostrandone i pensieri ed i veri intenti nascosti dietro le parole ipocrite (“Quale profitto posso trarre da questa strana confidenza? – pensava. “) o commentandone le affermazioni “(e certo mentiva)”. Instaura quindi con i lettori, sentiti come affini a sè per cultura, gusto e visione del mondo, un rapporto di complicità, condividendo con loro giudizi spesso ironici su politica e società: “(Ma, quantunque io voglia parlarvi della vita provinciale per duecento pagine, non avrò la barbarie di farvi subire la lunghezza e i sapienti accorgimenti di un dialogo di provincia)”. Non mancano interventi metanarrativi, inseriti a volte fra parentesi, autodifese anticipate contro prevedibili critiche nei confronti di un autore che presenta personaggi e comportamenti “immorali”.
«(Eh, signor mio; un romanzo è uno specchio che si fa muovere lungo una strada maestra. Talvolta esso riflette ai vostri occhi l’azzurro del cielo, tal’altra il fango delle pozzanghere della strada. E l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla, sarà accusato da voi di essere immorale! Il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Ma accusate piuttosto la grande strada dov’è il pantano e, più ancora, l’ispettore stradale, che lascia stagnare l’acqua e formarsi il pantano.)»
Stendhal si difende presentando il romanzo come uno “specchio” dei tempi, metaforicamente evocati come un paesaggio del cui “pantano” è responsabile “l’ispettore stradale”, cioè chi detiene il potere. La trama de Il rosso e il nero prende lo spunto proprio da un fatto di cronaca, avvenuto a Grenoble e riportato ne «La Gazette des tribunaux» del 28 dicembre 1827, il “caso Berthet”, che Stendhal, da giornalista, aveva seguito: trae ispirazione non solo dalle vicende (discostandosene solo negli ultimi capitoli), ma anche dai protagonisti. Il fatto di cronaca diviene quindi il canovaccio sul quale Stendhal innesta la sua capacità di sondare a fondo il carattere dei personaggi, sviscerandone la vita interiore per comprendere e far comprendere ai lettori i moventi delle loro azioni.
Nel 1830 il romanzo, steso a partire da una prima bozza del 1828, viene consegnato per 1500 franchi all’editore Levavasseur con il diritto di pubblicare due edizioni di 750 copie ciascuna. Il titolo, mutato all’improvviso, in corso di stampa, da Julien a Il rosso e il nero, ha dato adito a diverse interpretazioni: è stato visto come un riferimento alla roulette o ad un gioco a carte del tempo, “rouge et noir”, ad indicare l’aleatorietà del destino di Giuliano; come una semplice concessione ai gusti del tempo, inclini ad apprezzare i colori nei titoli dei romanzi; come un’allusione al conflitto ideologico fra la sinistra liberale e i potenti gesuiti. La spiegazione più diffusa, però, indirettamente suffragata da Stendhal, lo riconduce alle due dimensioni di Giuliano, quella degli ideali irrealizzabili, combattere eroicamente al fianco di Napoleone (il rosso delle divise, ma anche quello delle bandiere della Rivoluzione di luglio), e quella dell’adattamento alla realtà del suo tempo, la carriera sacerdotale (il nero dell’abito di Giuliano e delle tonache).
Il romanzo è suddiviso in capitoli di diversa lunghezza, preceduti (ad eccezione degli ultimi quattro, solo numerati) da titoli ed epigrafi con citazioni di artisti e filosofi di tutti i tempi (da Ennio a Machiavelli, da Shakespeare agli amati Molière, Mozart e Rousseau, a Byron…) che ne anticipano i temi, conferendo loro l’autorevolezza dei classici.
La traduzione, benché risalente al 1930, un secolo dopo la prima pubblicazione in francese del romanzo, appare ancora moderna per forma e lessico, e, nonostante l’idiosincrasia dell’autore nei confronti delle proposizioni articolate con su, il letterario imagine, imaginare… ed un uso talora disinvolto della punteggiatura, risulta tuttora apprezzabile. È di Giacomo di Belsito, pseudonimo di Giacomo Caccavale (1885-1939), giornalista, narratore e saggista molto vicino al fascismo (partecipò alla marcia su Roma e collaborò con lo stesso Mussolini), che oltre a Il rosso e il nero tradusse dal francese testi di Dumas, Hugo, Maupassant e Verne.
Sinossi a cura di Mariella Laurenti
Dall’incipit del libro:
La piccola città di Verrières può passare per una delle più belle della Franca Contea. Le sue case bianche dai tetti a punta, di tegole rosse, si stendono sul declivio di un colle, del quale folti di vigorosi castagni segnano le minime sinuosità. Il Doubs scorre a poche centinaia di piedi al disopra delle fortificazioni, costruite in passato dagli Spagnuoli e attualmente in rovina.
Verrières è riparata, a nord, da un alto monte, diramazione della catena del Giura. Le cime frastagliate del Verra si coprono di neve fin dai primi freddi d’ottobre. Un torrente, che si precipita dalla montagna, attraversa Verrières prima di gettarsi nel Doubs e fornisce l’energia a un gran numero di seghe per legname. Si tratta di un’industria molto semplice, che procura un certo benessere alla maggior parte degli abitanti, più contadini che borghesi. Tuttavia, non le sole seghe per legname hanno arricchito la piccola città. L’agiatezza generale, che, dopo la caduta di Napoleone, ha fatto rinnovare le facciate di quasi tutte le case di Verrières, si deve alla fabbrica di tele colorate, dette di Mulhouse.
Scarica gratis: Il rosso e il nero di Stendhal (alias Marie-Henri Beyle).