FIRENZE – La prima serata del Firenze Rocks all’Ippodromo del Visarno con Lenny Kravitz headliner conferma la statura dello showman americano: un concerto energico, costruito con mestiere e tensione crescente, che trova il suo vero centro solo nella seconda parte della serata, quando lo spettacolo si compatta e diventa pienamente festivaliero.

Il contesto del Visarno accoglie il pubblico con una macchina organizzativa ormai rodata. Gli ingressi sono ben gestiti e distribuiti per colori, con flussi ordinati anche nei momenti di maggiore affluenza. L’area servizi è ampia e curata, con una proposta food che si colloca sopra la media dei grandi eventi open air italiani, elemento non secondario nella costruzione dell’esperienza complessiva del festival. Il pit è molto esteso e questo cambia la percezione della serata: più spazio, più respiro, meno compressione rispetto ai grandi concerti “sold out” che riempiono ogni centimetro disponibile. Il risultato è una vivibilità migliore ma anche una massa meno densa, meno “visivamente esplosiva” rispetto ad altri eventi di pari livello. L’ingresso nel tardo pomeriggio consente di trovare una posizione laterale sulla sinistra del palco senza particolari difficoltà. La visibilità è ampia, favorita dalla struttura alta del palco che permette una lettura chiara dello show sia nell’insieme sia nei dettagli. Prima dell’inizio del concerto, l’atmosfera è distesa: pubblico eterogeneo per età e provenienza, con una forte componente di fan storici ma anche spettatori più occasionali, tipico dei grandi festival rock.

Quando le luci si abbassano, l’impatto è immediato. La band entra con un suono denso, stratificato, costruito su una sezione ritmica solida, tastiere e una sezione fiati corposa che aggiunge volume e profondità al mix. Nei primi brani però l’equilibrio non è ancora perfettamente assestato: le basse frequenze dominano la scena e il suono risulta più massiccio che definito, con una sensazione di “pieno” che tende a impastare leggermente la lettura dei dettagli. È un effetto che si riduce progressivamente. Brano dopo brano, il mix si apre, il bilanciamento migliora e lo show acquista una chiarezza più naturale. È in questo passaggio che il concerto cambia pelle: da impatto frontale a costruzione più fluida e leggibile.

Ed è proprio qui che emerge la vera macchina Kravitz. Il frontman alterna chitarra e basso con assoluta naturalezza, senza mai spezzare il flusso dello show. Non c’è ricerca di eccesso scenico: il suo carisma è misurato, costante, costruito sul controllo del ritmo più che sull’esplosione fisica. Ogni brano viene portato avanti con una sicurezza che rende lo spettacolo solido anche nei momenti meno “evidenti”. La band è compatta, rodata, quasi invisibile nella sua efficienza. Craig Ross rappresenta il perno chitarristico, mentre la sezione ritmica e le tastiere sostengono l’intero impianto con precisione. Le incursioni dei fiati aggiungono colore e spessore, soprattutto nei passaggi più soul e funk-oriented del repertorio.

La scaletta ricalca da vicino quella del tour 2025, già proposta anche a Casalecchio di Reno, utile termine di confronto per chi ha seguito le tappe precedenti. Il confronto con la dimensione indoor è inevitabile: a Bologna il suono era più focalizzato e diretto, con una definizione maggiore nei dettagli. A Firenze, invece, la dimensione open air dilata tutto, ampliando l’impatto ma riducendo la nitidezza nelle fasi iniziali.

Non è però uno show che punta alla perfezione tecnica assoluta. La forza del concerto sta nella sua tenuta complessiva, nella capacità di mantenere coerenza e intensità lungo tutta la durata. E su questo terreno Kravitz resta un artista difficilmente scalfibile: repertorio solido, band affidabile, costruzione del live estremamente efficace. Il pubblico, inizialmente più disperso nella grande area del Visarno, tende progressivamente a compattarsi. È un movimento quasi fisico, che accompagna l’evoluzione dello spettacolo. Nella parte finale, il concerto cambia completamente dimensione: il pubblico diventa un unico blocco sonoro, e i brani più noti agiscono da catalizzatori emotivi immediati.

Il finale è il momento in cui tutto si ricompone. Energia, repertorio e partecipazione si allineano, chiudendo la serata con un impatto pienamente festivaliero, di quelli che definiscono il senso stesso di una grande apertura di evento.

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Line-up Lenny Kravitz (Firenze Rocks)

  • Lenny Kravitz – voce, chitarra, basso
  • Craig Ross – chitarra
  • Gail Ann Dorsey – basso, cori
  • George Laks – tastiere
  • Jas Kayser – batteria
  • Sezione fiati – sassofono, tromba, trombone (ensemble tour)
  • Coriste – backing vocals

Scaletta Lenny Kravitz – Firenze Rocks

  1. Bring It On
  2. Dig In
  3. TK421
  4. What the …. Are We Saying?
  5. Live
  6. Always on the Run
  7. Fields of Joy
  8. I Belong to You
  9. Stillness of Heart
  10. Believe
  11. Honey
  12. Beyond the 7th Sky
  13. Low
  14. The Chamber
  15. It Ain’t Over ‘Til It’s Over
  16. Mr. Cab Driver
  17. American Woman
  18. Fly Away
  19. Again
  20. Let Love Rule
    Encore
  21. Are You Gonna Go My Way