Cominciamo dal titolo: il traduttore ha avuto la cattiva idea di tradurre l’originale Conscience l’innocent con Coscienza l’idiota. Innocente o ingenuo sarebbe stato più adatto al carattere del protagonista, intelligente, incapace di mentire e benvoluto da uomini ed animali (con cui parla e da cui è obbedito ciecamente). Anche i personaggi che a prima vista gli sembrerebbero ostili, perdono la loro avarizia (il nonno Cadetto) o il loro carattere da capitan Fracassa (Sebastiano), sacrificandosi per lui.
Coscienza è un ragazzo del villaggio di Haramont, vicino a Villers-Cotterêts (luogo di nascita di Dumas). Siamo in epoca napoleonica, e Coscienza viene arruolato nell’esercito nonostante i suoi maldestri tentativi di evitarlo e nonostante i generosi tentativi di Cadetto e di Sebastiano. Conosce l’Imperatore, che gli promette una decorazione, ma quando sta per raggiungerla, l’esplosione del carretto di polvere che conduceva lo rende cieco. Coscienza è innamorato – riamato – da Marietta, la sua vicina sorella di latte, che affronta coraggiosamente una serie di avventure e disavventure per riportarlo a casa dall’ospedale militare dove è ricoverato. I protagonisti dovranno affrontare molti ostacoli, ma la bontà e la fede in Dio di Coscienza trionferanno portando al lieto fine.
Sinossi a cura di Claudio Paganelli
Dall’incipit del libro:
Sui confini del dipartimento dell’Aisne, all’occidente della piccola città di Villers-Cotterets, congiunto ai lembi di quella magnifica foresta che si estende per venti leghe quadrate e che è forse ricca dei più bei faggi e delle più vigorose quercie di tutta la Francia, sorge un villaggetto d’Haramont, vero nido perduto tra il musco e le foglie, la di cui via principale mena per una insensibile inclinazione al castello dei Fossati, ove sono scorsi i primi due anni della mia infanzia.
Come l’uomo si avanza nella vita, e s’allontana realmente dalla culla per avvicinarsi alla tomba, pare che que’ fili invisibili che attaccano l’uomo ai luoghi ov’è nato si facciano più solidi e forti. Ed è perchè il cuore, lo spirito, l’intelligenza e tutto l’essere, in una parola, reagisce contro questo spettro che chiamasi il tempo, che ci spinge continuamente avanti con una mano più forte e con un’impulsione più sensibile, come se la nostra vita seguisse un pendio, e che, secondo le leggi della gravità, rotolasse più rapida verso la fine di quello che nel cominciamento: allora l’uomo si rivolge desolato, grida e si attacca a quanto incontra per la via; poscia, siccome tutto quello che incontra segue il medesimo pendio, strascinato dal medesimo vortice, si accorge che ogni resistenza è inutile e disperata, e tende le braccia verso gli oggetti lontani, che splendono all’orizzonte mattutino come negli ultimi splendori del tramonto, rischiarando spesso all’orizzonte opposto i muri d’una povera casetta, o infiammando i vetri d’uno splendido castello.
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