Il capolavoro barocco debutta al Massimo napoletano in forma di concerto. Franco Fagioli domina la scena, Erin Morley brilla nella coloratura e Mariangela Sicilia convince nella parte del titolo. Sul podio, la lettura limpida di Iván López-Reynoso accompagna una serata di grande partecipazione.
NAPOLI — Ci sono serate in cui il successo di uno spettacolo si misura non soltanto dagli applausi, ma da ciò che accade quando il sipario ideale è ormai calato. Domenica 11 ottobre, al Teatro di San Carlo, Alcina di Georg Friedrich Händel ha trovato una risposta calorosa in una sala quasi al completo, soprattutto nei palchi, e in un pubblico internazionale che, al termine dell’esecuzione, non si è affrettato a lasciare il teatro. All’uscita degli artisti, giovani appassionati con CD da far firmare, spettatori in attesa di una fotografia e ammiratori con fiori per Franco Fagioli hanno prolungato una serata nella quale la musica è riuscita a creare un legame diretto fra palcoscenico e platea.
Non era un risultato scontato per un’opera di circa tre ore e mezza, proposta in forma di concerto e dunque priva di una messinscena capace di affidare alle immagini la rappresentazione del meraviglioso. Eppure proprio questa scelta ha consentito di concentrare l’ascolto sulla scrittura musicale, sulla qualità delle voci e sulla capacità degli interpreti di restituire, attraverso il fraseggio, la gestualità e l’espressività, un universo di seduzione e inganno.
Composta nel 1735 e rappresentata per la prima volta al Covent Garden di Londra il 16 aprile di quell’anno, Alcina appartiene alla stagione in cui Händel si confrontava con la concorrenza delle compagnie operistiche londinesi.
Il soggetto deriva dall’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, attraverso un libretto anonimo basato su quello dell’Isola di Alcina di Antonio Fanzaglia, musicata da Riccardo Broschi. L’opera ebbe un’accoglienza iniziale significativa, con diciotto rappresentazioni nella stagione del debutto.
Al centro della vicenda c’è una maga che esercita il proprio dominio seducendo gli uomini e trasformandoli in animali, piante o pietre. Il suo potere sembra assoluto, ma si incrina quando Ruggiero, inizialmente prigioniero del suo fascino, comincia a ritrovare sé stesso. Il prodigio fiabesco si rivela allora il rivestimento di un dramma più umano: il desiderio di possedere l’altro, la paura dell’abbandono, la difficoltà di accettare che l’amore non possa essere controllato. È in questa ambivalenza che la partitura di Händel mostra la propria modernità, passando dalla seduzione alla malinconia, dalla leggerezza alla disperazione. Senza gli effetti scenici, il conflitto emerge soprattutto attraverso le voci e il dialogo con l’orchestra.
Sul podio, Iván López-Reynoso ha offerto una lettura misurata, attenta alla trasparenza della trama orchestrale e agli equilibri con i cantanti. Gli archi hanno sostenuto il fraseggio e la pulsazione ritmica, mentre il clavicembalo ha accompagnato i recitativi, contribuendo alla continuità del racconto. La direzione ha privilegiato la chiarezza degli interventi e la flessibilità dell’accompagnamento, senza appesantire una scrittura nella quale il rapporto fra parola e musica è essenziale. Il merito del giovane direttore è stato soprattutto quello di mantenere il tessuto strumentale al servizio della drammaturgia, lasciando alle voci lo spazio per articolare i diversi stati d’animo. Una prova convincente, che ha contribuito a dare coesione all’insieme.
A imporsi con maggiore evidenza è stato Franco Fagioli nel ruolo di Ruggiero, autentico catalizzatore degli entusiasmi della sala. Il suo virtuosismo non si esaurisce nella facilità con cui affronta colorature, agilità e passaggi di notevole difficoltà: ciò che distingue la sua interpretazione è la capacità di trasformare la tecnica in azione teatrale. La postura, i gesti e l’espressività del volto accompagnano il percorso del personaggio, dalla fascinazione iniziale al progressivo recupero della propria volontà. Alla nobiltà del cavaliere si alternano momenti di ironia e vivacità, senza che la brillantezza vocale cancelli le inquietudini sottostanti. In un ruolo legato alla tradizione dei castrati, Fagioli restituisce così alla vocalità una funzione pienamente drammatica: non un’esibizione separata dal racconto, ma il mezzo attraverso cui il racconto prende forma. Dal loggione sono risuonati più volte gli entusiastici «Bravo, Fagioli!», soprattutto dopo le arie più attese.
Di notevole rilievo anche Erin Morley, che ha dato a Morgana luminosità e immediatezza. Il soprano statunitense ha affrontato le colorature con precisione e sicurezza d’intonazione, mantenendo nitidi i passaggi più elaborati e una notevole apertura del suono nei momenti di maggiore espansione. La brillantezza vocale si è accordata con la natura seduttiva del personaggio, senza ridurlo a una successione di effetti virtuosistici. Ne è emersa una Morgana vivace e comunicativa, efficace contrappunto alla progressiva oscurità della vicenda. Anche per lei gli applausi sono stati ripetuti.
Nel ruolo del titolo, Mariangela Sicilia ha raccolto la sfida di sostituire Lisette Oropesa, costretta a rinunciare per un’indisposizione. Il cambio di interprete non ha compromesso l’equilibrio della serata e la cantante ha convinto per sicurezza dell’intonazione e intensità espressiva. Il suo timbro, più scuro rispetto a quello generalmente più squillante e luminoso di Oropesa, ha conferito ad Alcina una diversa sfumatura vocale. La differenza non si traduce in una graduatoria fra le due interpreti, ma in due possibili modi di delineare il personaggio. Sicilia ha saputo far emergere la fragilità nascosta dietro il potere della maga, dando spessore al momento in cui la seduttrice comincia a intuire la propria sconfitta. La sua prova ha dimostrato come una sostituzione impegnativa possa trasformarsi in un’interpretazione personale, capace di reggere il confronto con le attese del pubblico.
Il resto del cast ha contribuito alla riuscita complessiva. Tianxuefei Sun, nel ruolo di Oronte, ha lasciato una buona impressione per l’intonazione e la naturalezza della dizione italiana. Varduhi Abrahamyan ha dato consistenza a Bradamante, figura determinata e fedele che rappresenta un’alternativa concreta al mondo artificiale di Alcina. Sayumi Kaneko, mezzosoprano giapponese nei panni di Oberto, ha affrontato con efficacia una parte meno estesa ma importante per lo sviluppo della vicenda, mentre Yunho Eric Kim ha completato il cast nel ruolo di Melisso. Nei cantanti asiatici ha colpito, in particolare, la naturalezza con cui hanno affrontato la lingua italiana, senza accenti evidenti che distraessero dall’ascolto. Anche il Coro del Teatro di San Carlo, preparato da Fabrizio Cassi, ha contribuito ad ampliare il respiro dell’esecuzione, accompagnando i momenti in cui il conflitto individuale si avvia verso la risoluzione collettiva.
La conclusione dell’opera segna il crollo del regno artificiale di Alcina e la liberazione di chi era rimasto prigioniero dei suoi incantesimi. Ma la sconfitta della maga non è soltanto il ripristino di un ordine violato: è anche il momento in cui si rivela il limite di ogni tentativo di trasformare l’amore in possesso. La musica di Händel non cancella la complessità di Alcina, né la riduce a una figura semplicemente malvagia; lascia emergere, dietro il potere, la vulnerabilità di chi non riesce ad accettare la libertà dell’altro.
Fuori dal San Carlo, quella libertà sembrava tradursi in un gesto semplice: attendere gli artisti, salutarli, chiedere un autografo, portare un fiore. Numerosi giovani si sono fermati con i propri CD, mentre diversi spettatori asiatici hanno atteso i cantanti all’uscita. Non soltanto il segno di un pubblico internazionale, ma la testimonianza di un rapporto con la musica che non si esaurisce nell’ascolto e nell’applauso.
È forse questa l’immagine più significativa della serata: una partitura composta quasi tre secoli fa capace di suscitare ancora curiosità, partecipazione e desiderio di incontro. Fagioli ha dominato la scena con una prova di virtuosismo e intelligenza teatrale, Morley ha conquistato per precisione e luminosità, Sicilia ha dato personalità a una sostituzione delicata. López-Reynoso ha sostenuto l’insieme con una direzione attenta agli equilibri, mentre il cast e il coro hanno restituito la ricchezza di un’opera nella quale il meraviglioso è inseparabile dal dramma umano. In forma di concerto, Alcina ha dimostrato che non sempre occorrono scenografie e artifici per evocare un mondo: quando la musica trova interpreti capaci di darle corpo, l’incantesimo si compie nell’ascolto. E continua, anche dopo l’ultima nota.
Alcina
Dramma musicale in tre atti
Musica di Georg Friedrich Händel
Direttore | Iván López-Reynoso
Interpreti
Alcina | Mariangela Sicilia
Ruggiero | Franco Fagioli
Bradamante | Varduhi Abrahamyan
Oronte | Sun Tianxuefei #
Morgana | Erin Morley
Oberto | Sayumi Kaneko #
Melisso | Yunho Eric Kim #
Orchestra del Teatro di San Carlo
Produzione Teatro di San Carlo
Prima rappresentazione al Teatro di San Carlo
# Ex-allievo Accademia del Teatro di San Carlo
Esecuzione in forma di concerto





