Il Fearless Quintet alla Reggia di Portici: un concerto fatto di dissonanze, incastri e improvvisazione, nel quale il rapporto tra Rava e i giovani musicisti diventa parte dello spettacolo
Venerdì 4 settembre 2026 – ore 21.00 – Enrico Rava Fearless Quintet: Alle 21.15, dopo una breve introduzione, il Fearless Quintet comincia senza concedere un ingresso graduale all’ascolto. Il primo impatto è dissonante, fluido, quasi sfuggente. Il trombone di Matteo Paggi lavora immediatamente sul suono: schiocchi, fischi, emissioni che fanno dello strumento qualcosa di diverso dal semplice contrappunto alla tromba di Enrico Rava.
Dopo alcuni minuti l’armonia comincia a definirsi. La chitarra elettrica di Francesco Diodati entra con un’incisività che resterà una delle caratteristiche della serata. A tratti è tagliente, a tratti suonata con grande foga. E soprattutto dialoga continuamente con il contrabbasso di Francesco Ponticelli e la batteria di Evita Polidoro.
È un dialogo fatto di entrate e uscite, sovrapposizioni e rilanci. I ritmi sincopati aprono spazio ai soli e a un brano particolarmente dilatato, nel quale il tempo sembra quasi perdere la sua funzione abituale. In alcuni passaggi affiorano echi di Stravinsky, soprattutto nella tensione ritmica e negli incastri fra gli strumenti.
Poi il ritmo rallenta.
La musica assume quasi una dimensione cinematografica. È un cambiamento netto, che permette di ascoltare il quintetto da un’altra prospettiva. Contrabbasso e chitarra elettrica rimangono a lungo in primo piano, mentre Polidoro aggiunge alla batteria dei vocalizzi. Rava e Paggi rientrano poi nel tessuto musicale e il suono torna progressivamente a riempire lo spazio.
A quel punto l’affiatamento dei cinque è evidente.
Paggi è forse il musicista che più colpisce per potenza del suono, agilità, precisione e freschezza. Diodati costruisce una chitarra incisiva, spesso nervosa, capace di diventare tagliente quando il brano lo richiede. Francesco Ponticelli al contrabbasso è una presenza solida e musicale, capace di dare profondità al suono e, allo stesso tempo, di dialogare con grande libertà con chitarra e batteria. Il suo contrabbasso non rimane sullo sfondo: entra nel gioco, lo sostiene e spesso lo alimenta, contribuendo in modo decisivo all’equilibrio e alla compattezza del quintetto.
E poi c’è Evita Polidoro, bravissima. Alla batteria ha un’energia straordinaria, ma è soprattutto la naturalezza con cui passa dal drumming alla voce a colpire. I suoi vocalizzi entrano nel tessuto dei brani senza sembrare un’aggiunta, mentre il suo modo di stare sul palco — sorridente, partecipe, sempre dentro quello che succede — contribuisce non poco alla vitalità del gruppo. È una musicista che non si limita a tenere il tempo: ascolta, reagisce e rilancia continuamente.

Arriva My Funny Valentine. Il clima cambia ancora. Polidoro canta la parte iniziale e il brano porta nel concerto una dimensione più dolce e raccolta. Dopo le dissonanze, le sincopi e le lunghe dilatazioni della prima parte, la melodia torna ad avere un ruolo centrale.
Poi Theme for Jessica.
È il punto di contatto più evidente con un’altra serata, quella del 29 giugno a Roma con le Bollani All Stars. La composizione è di Rava e appartiene a un repertorio che ha attraversato diversi suoi progetti.
A Portici, però, è soprattutto il modo in cui viene trattato il tema a colpire. È un brano che definirei “democratico”: il tema passa da uno strumento all’altro, viene ripreso e rilanciato da tutti. Persino la batteria, in qualche modo, se ne appropria. Nessuno sembra averne il possesso esclusivo. È la composizione stessa a diventare terreno comune.
Ma la mia immagine più forte della serata non è legata a un brano.
È Rava che guarda.
Guarda i musicisti giovani che ha accanto. Il sorriso di Evita Polidoro dietro la batteria. Gli sguardi di intesa, a volte quasi compiaciuti, tra Diodati e Polidoro. L’espansività di Paggi quando il trombone prende spazio.
E Rava che li osserva.
In quei momenti sembra quasi andare in trance. Non perché si estranei dalla musica, ma per il contrario: sembra completamente dentro quello che stanno facendo gli altri. Li ascolta con un’attenzione che diventa visibile. E spesso con un sorriso.
È una cosa che mi ha colpito particolarmente. Perché sul palco c’è un musicista che potrebbe tranquillamente occupare tutto lo spazio, e invece sembra divertirsi soprattutto quando sono i più giovani a prenderlo.
Alla fine, più ancora di un assolo o di un passaggio particolarmente riuscito, mi porto via proprio questa immagine: Rava che guarda, ascolta e sembra quasi meravigliarsi della musica che gli altri stanno facendo insieme a lui.





