Piero Gobetti diede alle stampe questo articolato saggio – che porta lo stesso titolo del settimanale che dirigeva a Torino da due anni – a Bologna nel 1924. Infatti il titolo vale a sottolineare una continuità di pensiero e di elaborazione che nella rivista aveva preso corpo il 12 febbraio 1922 fin dal primo numero. Già due anni prima Gobetti aveva assunto una posizione critica verso Salvemini e la Lega Democratica nella convinzione che l’attività politica non dovesse arrestarsi al momento morale ma individuarsi nelle forze sociali. Nel 1922 era approdato a convinzioni che partivano dalla considerazione che «il movimento operaio è il solo capace di recare alla sua ultima logica il valore rivoluzionario moderno dello stato». Il fascismo si era ormai rivelato non come un fenomeno effimero e passeggero ma ancora la sua vittoria non appariva definitiva. Per questo Gobetti ripropone il nucleo di idee che si erano consolidate evolvendo il suo pensiero politico. Questo appariva centrato sul problema dei rapporti tra le avanguardie intellettuali con le esperienze di lotta e con le istituzioni della classe operaia. Su questa evoluzione grava adesso però la cappa del fascismo il quale, benchè siano poche le pagine direttamente dedicate a questo, è l’oggetto principale della riflessione gobettiana. Gobetti fu sempre attento alle istanze intellettuali che provenivano dal mondo della cultura e dalla realtà delle spinte al cambiamento sociale.
Nel 1922 le sue convinzioni lo avvicinavano al noto scrittore e giornalista Mario Missiroli, se pure arricchite di argomentazioni decisamente più radicali. Questa vicinanza traspare ancora dalle pagine di questo testo pur se resa più labile dalle esperienze successive di entrambi. Missiroli era convinto, infatti, che la dottrina delle rivoluzioni spirituali e politiche e la funzione liberale potesse passare ai socialisti. Gobetti, alla luce dell’esperienza dei consigli operai torinesi e dell’influenza del gruppo gramsciano di Ordine Nuovo riprese queste idee di Missiroli, che all’epoca apparivano provocatorie, suscitando un acceso dibattito sulle colonne della sua rivista “Rivoluzione Liberale”. Intervennero Guido De Ruggiero, Filippo Burzio, Ubaldo Formentini, Giovanni Ansaldo prendendo tutti, se pure da prospettive diverse, le distanze da Piero Gobetti. Ansaldo manifestava il suo scetticismo verso una rivoluzione che rischiava di ricadere nel «vecchio solco del poverismo cattolico» in mancanza di un capitalismo diffuso che ancora stentava a decollare; Burzio temeva la sopravvalutazione delle forze nuove; De Ruggiero rifiutava di identificare il liberalismo con le forze attuali e lo prospettava, piuttosto, come la crisi interiore delle esperienze storiche in atto; Formentini scorgeva invece la rinascita del liberalismo dopo una fase socialista-burocratica, oltre la quale sarebbero ritornati gli stessi motivi del liberalismo classico nell’economia e nel diritto. Gobetti tuttavia fin dal 1922 valutò la realtà del fascismo che in breve divenne dominante. Osservava che «il fascismo è il legittimo erede della democrazia italiana, eternamente ministeriale e conciliante, paurosa delle libere iniziative popolari, oligarchica, parassitaria e paternalistica». Nello stesso tempo prendeva le distanze da ogni forma di irrazionalismo e di dannunzianesimo e, in particolare, dall’idealismo di Gentile identificato col misticismo politico.
Dopo il fascino – invero abbastanza confuso – che su di lui esercitò la rivoluzione russa del 1917 e, soprattutto, le due fasi di questa, consolidò una certa fiducia nelle spinte operaiste. Nota è la sua considerazione: «Il rumore del vecchio ordine che crolla può essere un boato o uno scricchiolio. Può essere anche simile a un fruscio di carta di giornale.» Interpretava la rivoluzione bolscevica in chiave liberale, la vedeva cioè come un momento di energia storica capace di rompere vecchie strutture. Amava studiare ciò che nasceva dal conflitto, non l’ordine imposto dall’alto. Anche per questo nel titolo della sua rivista e, ancor più adesso che questo titolo è ripreso dal suo saggio più importante, accanto alla parola “rivoluzione”, che ha un che di tumultuosa solennità ma appare perturbante, troviamo l’aggettivo “liberale” che la mitiga e contemporaneamente produce un incoerente ossimoro. La rivoluzione di Gobetti è fondamentalmente un suo personalissimo esercizio spirituale, che solo in seconda battuta lui riesce a pensare come collettivo: «Mistiche palingenesi non avvengono. Né la rivoluzione è tutta un erompere di energie. La rivoluzione non si fa in un giorno, o se si fa è una cosa ridicola. Conta per i sacrifici che ne costarono tutti i passi».
Quello che forse colpisce maggiormente è la mole dei problemi affrontati, conseguenza di un’attività intellettuale al limite del frenetico (ricordiamo che Gobetti aveva poco più di vent’anni quando dava concretezza nei suoi scritti alle proprie riflessioni). Molti di questi problemi, se non tutti, sono ancora oggi fulcro del dibattito internazionale: la crisi dei partiti, i percorsi disponibili ad essere seguiti per la lotta politica, in quali maniere la volontà collettiva può farsi governo, vantaggi e limiti del sistema parlamentare, la formazione delle élite che deve essere tesa a formarle come catalizzatori di consapevolezza. La loro formazione deve servire a trasformare la “delega assoluta” (tipica della democrazia rappresentativa) in partecipazione attiva e cosciente. Idee simili vennero poi riprese da Camillo Berneri. Ma è evidente che l’idea cardine del testo è protesa a valutare uomini e idee del suo tempo in relazione al programma positivo di una convergenza antifascista. «Dovrà ineluttabilmente l’Italia rimanere condannata dalla sua inferiorità economica a questi costumi anacronistici e cortigiani? O le forze della nuova iniziativa popolare e di ceti dirigenti incompromessi riusciranno a dare il tono alla nostra storia futura? A questo punto è evidente che una nostra profezia riuscirebbe troppo interessata e per quel che non nasce dal contesto spetta piuttosto all’iniziativa del lettore.»
Rispetto alla presa di riferimento dell’esperienza politica della classe operaia e delle sue lotte alla FIAT viste come leva per un rinnovamento della teoria e della prassi del liberalismo, questo appare un passo indietro, ma solo superficialmente: nella sostanza troviamo le radici dei fermenti libertari e delle sue direzioni spesso eterogenee da sviluppare e valorizzare in funzione antifascista.
Noto praticamente a tutti, ma troppo spesso scarsamente conosciuto, Gobetti ha vissuto in questo 2026 una nuova ondata di ricordanze in occasione del centenario della sua troppo prematura scomparsa. «Ci ha lasciato il piú generoso esempio di resistenza intellettuale attiva contro le oppressioni politiche, resistenza dell’individuo solo che non è vinto già per il fatto di sentirsi spiritualmente più alto del tiranno.» Così scrive Gobetti riferendosi a Vittorio Alfieri e quelle parole oggi possono adattarsi a lui stesso “spoglio di qualità decorative” e “libero da atteggiamenti falsi” come era e come lo descrisse Luigi Einaudi.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
La nuova generazione sta assolvendo dei doveri che le attribuiscono alcuni inesorabili diritti. Questo libro, mentre vorrebbe esserne un sintomo, indica un luogo di richiamo e un programma di lavoro.
Non si comprende nulla del nuovo pensiero dei giovani se non si avverte che la nostra formazione spirituale è stata in qualche modo interrotta e travagliata per opera del fascismo, che ci ha costretti a una chiusa e severa austerità, a un donchisciottismo disperatamente serio e antiromantico, quasi fossimo diventati noi i paladini della civiltà e delle tradizioni.
Il modo con cui consideriamo la piú bella esperienza spirituale che ci ha preceduti, il movimento della «Voce», può chiarire le distinzioni piú necessarie. Noi non abbiamo fatto la guerra, ma avendola respirata nascendo, ne imparammo un realismo spregiudicato, nemico di tutti i romanticismi dei precursori. Cosí ci troviamo ad amare troppo i risultati di lavoro della «Voce» per non saperne rinnegare i sogni ingenui, che furono belli per le illusioni che fecero balenare, ma diventano segni di inquietudine malsana in chi li riprende in ritardo.
Non diremmo certo di aver rinunciato a fabbricare nuovi mondi, ma sappiamo di doverli costruire con disperata rassegnazione, con entusiasmo piuttosto cinico che espansivo, quasi con freddezza, perché ci giudichiamo inesorabilmente lavorando e conosciamo i nostri errori prima di compierli, anzi li facciamo deliberatamente, sapendone la fatale necessità.
Scarica gratis: La rivoluzione liberale di Piero Gobetti.


