SALERNO – Una calda serata di quasi estate, il cortile del Museo Diocesano pieno fino all’ultimo posto e molte persone in piedi lungo i lati: così si è svolto il 19 giugno l’incontro con Gino Castaldo al Festival delle Letterature di Salerno, interamente dedicato a David Bowie. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni popolari e insieme intime, con un pubblico trasversale, attento, che segue il racconto come fosse una lunga narrazione unica più che una conferenza.
L’introduzione è affidata a Valeria Saggese. I tempi compressi dal programma precedente hanno imposto un ritmo più serrato del previsto. Raccontare Bowie in poco più di un’ora significa inevitabilmente scegliere, tagliare, rinunciare: Castaldo costruisce il suo intervento come una partitura fatta di frammenti, alternando ascolti, immagini e video recuperati anche all’ultimo momento, con la consueta capacità di improvvisazione che caratterizza le sue lezioni-racconto.
Ne emerge una narrazione mobile, quasi performativa, lontana dalla forma accademica e più vicina a un montaggio cinematografico, in cui il materiale musicale diventa anche racconto visivo e memoria culturale condivisa.
Il nucleo del discorso è subito evidente: Bowie come artista della trasformazione continua, in cui biografia e invenzione si confondono fino a diventare indistinguibili, generando quella che Castaldo definisce implicitamente una “mitobiografia”, cioè una vita costruita come opera d’arte.
Castaldo sceglie di partire dalla fine: Blackstar, pubblicato nel 2016 pochi giorni prima della morte. Non un semplice ultimo disco, ma un’opera che oggi appare come una forma estrema di controllo del proprio linguaggio e della propria eredità artistica.
«Sapere che un artista potesse mantenere quel patto fino all’ultimo giorno è qualcosa di quasi insostenibile», ricorda Castaldo. «In quel disco la vita diventa linguaggio, fino a coincidere con esso».
Il racconto si riavvolge allora all’indietro, come una spirale temporale. Prima Major Tom in Space Oddity, primo smarrimento cosmico e prima grande figura narrativa della sua carriera. Poi Ziggy Stardust, il personaggio che trasforma definitivamente il rock in teatro e il palco in spazio di finzione assoluta.
Il passaggio chiave arriva con Starman e la storica apparizione a Top of the Pops nel 1972. È uno di quei momenti in cui la cultura pop cambia grammatica senza accorgersene. Bowie entra in televisione e guarda in camera: non canta a un pubblico indistinto, ma sembra rivolgersi a ciascuno singolarmente.
«Sembrava parlasse direttamente a te», osserva Castaldo. «Ed è una qualità che appartiene solo ai grandi artisti, quelli che rompono la distanza tra scena e spettatore».
Con Ziggy Stardust il personaggio si emancipa progressivamente dall’autore. Non è più una maschera, ma una figura autonoma che vive nel mondo. La sua “fine”, annunciata all’Hammersmith Odeon nel 1973, non segna un ritiro ma la chiusura simbolica di un’identità scenica.
Da lì si apre la fase più complessa e oscura, quella del Thin White Duke, segnata da eccessi, fragilità e perdita di controllo. È una stagione in cui l’immagine pubblica di Bowie appare consumata, attraversata da tensioni personali e derive autodistruttive.
Il passaggio successivo è Station to Station, disco ponte che prepara la svolta berlinese. Con Brian Eno e un’immersione radicale nella città divisa dal Muro, Bowie ricostruisce completamente il proprio linguaggio musicale. Nascono Low, “Heroes” e Lodger, dischi che trasformano la frattura storica in struttura sonora. Heroes, in particolare, diventa non solo una canzone, ma una dichiarazione estetica e politica insieme.
Negli anni Ottanta Bowie dimostra un’ulteriore capacità di lettura del presente: comprende prima di altri che l’arrivo di MTV cambia definitivamente la natura della musica pop. Non è più solo ascolto, ma immagine, costruzione visiva, identità mediatica. La sua adattabilità non è semplice sopravvivenza, ma una forma di intelligenza artistica.
In questo percorso entrano anche collaborazioni e incroci fondamentali: dai Queen in Under Pressure fino al tributo a Freddie Mercury, momenti in cui Bowie attraversa il sistema delle icone del rock senza mai esserne schiacciato.
Eppure, al centro del racconto, resta sempre la stessa domanda irrisolta: dove finisce l’uomo e dove comincia il personaggio? Bowie non offre mai una risposta definitiva. La sua opera intera sembra costruita proprio per mantenere aperta quella frattura, trasformandola in metodo creativo.
La chiusura della serata cambia tono e si alleggerisce. Castaldo sceglie Dancing in the Street, il video realizzato con Mick Jagger: due figure monumentali del rock che si muovono con leggerezza quasi infantile, come se per un attimo il peso della storia potesse essere sospeso.
È un’immagine che restituisce Bowie fuori dalla sua architettura mitologica, nel gesto semplice del gioco condiviso, della musica come puro divertimento.
E forse è qui che il racconto trova il suo punto di equilibrio: non nell’ennesima maschera, né nell’ultima trasformazione, ma in ciò che attraversa tutte le trasformazioni.
Bowie non è stato un artista che ha cambiato molte volte identità. È stato un artista che ha reso impossibile l’idea stessa di un’identità unica. E in quella impossibilità ha costruito la sua forma più stabile.



