Alberto Sciamplicotti, L’anno del nevone, MonteRosa Edizioni, Gignese (VB) 2025, pp. 196, € 17,50, isbn: 978-8832260359
Passione per la montagna, conoscenza storica e fertile immaginazione sono, credo, alla base di questo romanzo, davvero particolare. Lo definirei un “thriller politico-alpinistico-scientifico”, costruito su eventi storicamente ben documentati, entro i quali la fantasia narrativa azzarda una trama complessa.
Gli avvenimenti storici sono essi stessi davvero romanzeschi. A partire dell’eccezionale ondata di freddo che nell’inverno del 1929 investì l’Europa. «Un tempo infame come quello di febbraio non si ricorda a memoria d’uomo. Una nevicata di cinque giorni consecutivi, dall’undici al quattordici del mese. Metri di neve caduti ovunque. Tanto qui in paese e ancor più di fronte, sui monti della Laga. Ad Amatrice, per andare da una casa all’altra hanno dovuto scavare gallerie. Come da noi. Il freddo poi. Ha letto i giornali? L’Arno, il Po, la laguna di Venezia, tutto ghiacciato. Sulla spiaggia di Cesenatico quasi un metro di neve. Pazzesco» (pp. 68-69). Un evento tanto epocale da essere ricordato da Federico Fellini in Amarcord, con un’espressione che l’autore appone come titolo al suo romanzo: «L’anno del nevone».
Proprio per quei giorni di febbraio Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti, due giovani studenti romani, esperti alpinisti, avevano programmato di salire in assetto invernale l’articolata Cresta Sud del Corno Piccolo del Gran Sasso (via Chiaraviglio-Bertholet), che già avevano percorso d’estate. Per giorni non se ne seppe più nulla, finché i cadaveri prima dell’uno e poi dell’altro alpinista riaffiorarono dalla neve.
In un’intervista di qualche mese fa l’autore ha rivelato: «L’idea è nata leggendo il libro di Pasquale Iannetti, L’ultima ascensione di Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti [Artemia Nova Editrice, 2018 – NdR], dove si rivela che nello zaino di uno dei due alpinisti venne trovata una pistola. Lì nella mia mente è scoccata la scintilla e da lì sono partito per un lungo e laborioso, e man mano sempre più appassionante, lavoro di ricerca. È stato divertente ricostruire la Pietracamela del 1929 e alla fine sono riuscito persino a rintracciare il numero della tabaccheria del paese con la sua insegna dell’epoca: mi hanno aiutato molto le fotografie, e là dove non sono arrivati i documenti è intervenuta l’immaginazione. Alcuni tasselli si sono incastrati così bene, che la storia è andata avanti in un certo senso da sola».
Anche la parte di fiction è intessuta su personaggi realmente esistiti, primo tra tutti Ernesto Sivitilli, medico condotto di Pietracamela, appassionato alpinista che qualche anno prima (era il 1923) aveva fondato gli “Aquilotti di Pietracamela”, tra i primissimi, se non il primo gruppo alpinistico locale in Italia, in anticipo perfino sui “Ragni di Lecco” e sugli “Scoiattoli di Cortina”. «Era conosciuto come il medico dei poveri, l’unico titolo di cui diceva di essere veramente fiero» (p. 184). Medico e alpinista – che realmente guidò una squadra di soccorso alla ricerca dei due dispersi e che rinvenne il cadavere di Cichetti – in queste pagine si ritrova ad essere, insieme al maresciallo Benincasa (figura di fantasia), investigatore suo malgrado, a fronte di una scia di sangue di inusitata violenza, all’apparenza incomprensibile e per giunta ostacolata dai rappresentanti locali del Regime.
Altra figura storica è quella di Lino D’Angelo, famosa guida alpina del Gran Sasso, in queste pagine bambino di sette anni dal carattere già fortemente determinato (e che davvero a quell’età, abitando a Pietracamela, aveva visto i corpi dei due alpinisti defunti).
Un terzo ingrediente dell’intreccio, forse il più intrigante, trova un indizio già nella copertina, che ritrae la squadra di soccorso
giunta (si era ormai al 22 di febbraio) sul tetto del Rifugio Garibaldi sommerso dalla neve, mentre cerca di liberare la botola per entrare al suo interno. Due dei quattro componenti (tutti della SUCAI di Roma e amici dei due sventurati) erano Edoardo Amaldi e Giovanni Enriques, studenti di fisica (a loro volta figli di illustri matematici docenti all’Università di Roma) che diventeranno personaggi di primo piano del mondo scientifico italiano e legati al gruppo di lavoro di Enrico Fermi, conosciuto come i “ragazzi di via Panisperna”. Lo svolgimento delle indagini porteranno Sivitilli e Benincasa a rendersi conto del ruolo assolutamente centrale della ricerca scientifica in questo caso tanto intricato.
Si può dire anzi che il romanzo abbia un “protagonista assente”, nella persona di Ettore Majorana, che proprio nel 1929 si laureò con Fermi con una tesi su “La teoria quantistica nei nuclei radioattivi”. Il fisico catanese non compare mai nel romanzo, ma il suo ruolo è centrale. Figura controversa e in parte ombrosa, si caricò di ulteriore mistero con la sua scomparsa nel marzo del 1938. Furono avanzate diverse ipotesi e il primo a discuterne fu Leonardo Sciascia nel suo saggio La scomparsa di Majorana.
Enunciati fatti e personaggi, accennato almeno ad alcune coincidenze che si diedero appuntamento nel febbraio del 1929 sul Gran Sasso, non è possibile dire di più senza rovinare la suspense di un thriller ben costruito, capace di reggere fino al termine la tensione, ben scritto e appassionante.
Come dicevo in apertura, l’autore avanza ipotesi probabilmente troppo azzardate, ma che trovano piena cittadinanza in un romanzo thriller. Molto utile la Postfazione di Gianni Battimelli (pp. 189-195), già docente di storia della Fisica alla “Sapienza” di Roma, anch’egli valente alpinista, che molto ha lavorato proprio sui componenti del gruppo di lavoro di Enrico Fermi. Battimelli guida il lettore a discernere tra fiction e storia e dona ulteriore spessore ad alcuni dei personaggi reali di questa incredibile vicenda.




