Ceronetti
Ceronetti

Guido Ceronetti non poteva che avere come amico ed estimatore Cioran. Nei suoi scritti (poesie, aforismi, saggi, elzeviri, articoli) vengono espresse come non mai a mio avviso nel secondo Novecento italiano la solitudine e la disperazione. Se Guido Morselli nel suo diario scriveva che fare o non fare era esattamente la stessa identica cosa, già opponendosi al culto dell’azione e dell’uomo faber, ebbene Ceronetti nella sua raccolta “Poesie per vivere e non vivere” scrive addirittura che è meglio non fare perché fare significa male. Il suo invito era non fare nulla, perché pensare, scrivere, leggere è non fare nulla, opponendosi all’attivismo frenetico, finanche all’impegno sociale e politico. Il poeta quindi distingue nichilisticamente tra il “Nulla che non c’è” e il “Nulla che c’è” e le azioni umane appunto fanno parte della seconda categoria. Non quindi bontà della natura umana (deus absconditus, homo homini deus) ma malvagità della natura umana (homo homini lupus). Se per Walter Pedullà in Ceronetti c’era una distinzione manichea molto netta, a mio avviso il bene non esisteva per lui perché qualsiasi cosa facesse l’uomo sbagliava, perché il bene era solo inazione. quindi mancanza di male. Perciò Ceronetti era catastrofico, apocalittico e non nutriva che un’esile speranza, proprio perché sperare è un’illusione necessaria. Per il poeta il male non era nelle cose per dirla alla Maurizio Cucchi ma era insito nell’uomo e il male nel mondo ne era solo l’epifenomeno. La catabasi di Ceronetti non è quindi quella di Virgilio e di Dante, ma qui l’inferno è terreno e nell’animo umano, e perciò il poeta mostra e descrive le contraddizioni interne, la miseria umana, la sua meschinità. Ceronetti, studioso di testi biblici, ebraici, buddisti, musulmani considera l’anima umana impura e corrotta perché imprigionata nel corpo, nella materia. Ecco allora che l’unica via era il pensiero, la poesia, la scrittura, che nel mondo tecnologico e produttivo erano considerati appunto ozio improduttivo, quindi non fare. Ma Ceronetti ribaltava tutto con pochi versi: il vostro fare consumistico, capitalistico, tecnocratico, guerrafondaio è solo fare male! Insomma “fare bene è non fare”, che significa appunto rimanere pigri a non fare assolutamente niente o non fare nulla che la mentalità comune e la società dei consumi ti costringono, giocoforza, a fare, e scegliere appunto la meditazione, l’ozio, la poesia. Insomma le sue erano poesie per vivere “autenticamente” e per non vivere “in modo alienante”, come fanno i più. Certamente ogni artista, al di là del consenso critico, era un fallito secondo la mentalità comune perché nullafacente, perché l’umanesimo è fruibile ma non consumabile, come avvertiva Pasolini. Di conseguenza Ceronetti, attentissimo osservatore e coltissimo flâneur, non poteva che scrivere invettive, fare il moralista polemico, fustigare i costumi con furia iconoclasta. Ma nonostante questo era ben consapevole che tutto era vano e che per ogni artista, per ogni intellettuale a meno che non si prostituisse al potere o al mercato, valeva la frase di Beckett, “fallisci, fallisci di nuovo”. Ma, visto che con la morte della metafisica occidentale ogni uomo è “morto all’assoluto” e che a ogni uomo non resta che un grido imploso che diventa mutismo rassegnato, la poesia, la scrittura che conducono, quando sono veramente tali, alla solitudine sono in questo caso un “disperato viaggio della luce” e la solitudine del poeta è la “solitudine di chi porta luce”. Non a caso Ceronetti difese la luna. Con l’allunaggio per l’autore era avvenuto un sacrilegio, il deicidio della fantasia, del mito, della poesia. La luna avrebbe dovuto rimanere il simbolo dei poeti, degli innamorati, dei sognatori, dei solitari, dei folli. Ricordando Fellini, la voce della luna doveva essere ascoltata e l’ignoto doveva rimanere tale. Insomma Ceronetti non credeva nelle magnifiche sorti e progressive, che per lui non erano altro che il patto faustiano con il diavolo. D’altronde cosa aspettarsi se il Nostro riprende il tema gnostico del Dio che soffre per il mondo e non solo dell’umanità sofferente? Cosa aspettarsi se Ceronetti pone sempre l’accento del male che l’uomo fa ai suoi simili? D’altronde cosa aspettarsi se “la distruzione” umana è incessante ed è un “mistero” insolubile? Cosa aspettarsi se anche la natura è matrigna e leopardiana? Cosa aspettarsi da un intellettuale e che in quegli anni così ideologici non si riconobbe mai veramente in un partito, tranne che in una sola sporadica occasione? Cosa aspettarsi da questo mistico laico, che venne etichettato come destrorso da Umberto Eco (e molti per conformismo culturale si accodarono), quando invece era apartitico? Cosa aspettarsi da un poeta, in cui a tratti prevaleva il simbolismo criptico, oscuro? Cosa aspettarsi se certe sue esternazioni estemporanee più che esplicitare pregiudizi negativi non erano altro che frutto di una misantropia totale molto radicata, causata da una ipersensibilità e vulnerabilità interiore offesa dagli altri? Cosa aspettarsi da un uomo solo non per scelta ma soprattutto per costrizione, che negli ultimi anni, dopo la separazione dalla moglie, non aveva una donna con cui fare l’amore? Cosa aspettarsi da un grande poeta e letterato che in vecchiaia viveva grazie alla legge Bacchelli? Cosa aspettarsi da chi aveva puntato tutto sull’anima in un mondo sempre più ateo e materialista? Cosa aspettarsi se lo stesso Ceronetti scriveva in una nota a una sua poesia che l’unica rivelazione era dire di non avere rivelazioni superiori, ovvero rivelazioni sui grandi temi metafisici? Cosa aspettarsi se la poesia in definitiva è come una bambina che ha sempre nascosto a tutti il suo vero nome a tutti e lo rivela solo a chi è innamorato, mentre è ormai morente, come appunto nella sua poesia “La bambina che tende”? In Ceronetti abbiamo il cupo pessimismo e la disperazione lucidissima di un uomo che si aggrappa con tutte le sue forze alla parola (una parola mai innamorata e neo-orfica, come negli anni ‘70 della poesia giovanile italiana), all’ingegno, all’umanesimo e non finisce di fatto nell’autodistruzione, nel cupio dissolvi, anzi studia per tutta la vita da autodidatta, è un autore molto prolifico, lasciando un’opera omnia vastissima, ricca di input, spunti, rielaborazioni, rimandi, citazioni, cultura.