L’Africa come specchio deformante dell’Italia: storia, velleità e paradossi di una potenza incompiuta
C’è una linea sottile, quasi invisibile, che collega il 26 gennaio 1887 alla metà di febbraio del 2026. Una linea fatta di parole imprudenti, di ambizioni dichiarate e di esitazioni strutturali, di morti dimenticati e di vertici solenni. Da Dogali ad Addis Abeba, l’Italia continua a guardare l’Africa come si guarda uno specchio che deforma: ingrandisce le intenzioni, rimpicciolisce le responsabilità, confonde la memoria con la propaganda.
Dogali non fu solo una disfatta militare. Fu, come colsero Oriani e D’Annunzio, una rivelazione brutale: l’Italia unita da poco scoprì di non sapere ancora chi fosse. Adolescente geopolitica, priva di una visione coerente, governata da classi dirigenti più abili nella retorica che nella strategia, si affacciò sul Corno d’Africa senza comprenderne la complessità, sottovalutando l’avversario e sopravvalutando sé stessa. L’indeterminatezza di Di Robilant — «quattro predoni» — è la cifra di una lunga tradizione: confondere il desiderio con l’analisi, l’ideologia con la realtà.
Il colonialismo italiano nacque così: non come progetto organico, ma come reazione emotiva, come rincorsa tardiva alle grandi potenze. Crispi intuì che la partita era globale e che l’Italia rischiava l’irrilevanza, ma anche il suo slancio restò sospeso tra grandezza evocata e mezzi insufficienti. L’errore originario non fu l’andare in Africa, bensì il non sapere perché, come e fino a dove. Da allora, l’Africa è rimasta nella politica italiana un luogo simbolico più che strategico: evocata nei momenti di ambizione, rimossa nei momenti di resa dei conti.
Oggi il secondo Vertice Italia-Africa ad Addis Abeba viene presentato come svolta storica, come “nuova fase” di partenariato paritario, come maturazione definitiva di una relazione finalmente adulta. Il lessico è cambiato — sviluppo sostenibile, cooperazione, infrastrutture, energia — ma la musica rischia di essere la stessa: molta narrazione, pochi nervi scoperti affrontati davvero. Il Piano Mattei, nel nome e nell’intenzione, promette discontinuità; nei fatti, resta appeso tra diplomazia d’immagine e interessi frammentati, tra buone intenzioni e scarsa capacità di incidere sui rapporti di forza reali.
Intanto il teatro globale pullula di personaggi. Ci sono vincitori e perdenti che si scambiano i ruoli a ogni ciclo mediatico. Gli intellettuali da salotto si allarmano a comando, gli strilloni dell’informazione esultano per ogni foto opportunity. Attorno ai tavoli del potere danzano pagliacci, nani e ballerine di corte, mentre la filosofia industriale occidentale langue, soffocata da una finanziarizzazione sterile che ha smarrito il senso del tempo lungo. L’economia produce rendite, non futuro; algoritmi, non visioni.
Le superpotenze osservano in cagnesco. Trump, il buffone tragico, riduce la geopolitica a spettacolo muscolare; Putin, la roccia, gioca la partita della resistenza imperiale; Xi, la sfinge, parla poco e costruisce molto. In mezzo, l’Europa — e con essa l’Italia — appare come un continente di poeti senza poesia: ricco, stanco, invecchiato, incapace di decidere se essere attore o spettatore della storia. L’intelligenza artificiale, promessa di emancipazione, viene sbranata da avventurieri finanziari e da regolatori timorosi; la corsa allo spazio diventa l’ultima spes, fuga verticale da un mondo che non sa più governarsi in orizzontale.
E poi c’è la frattura demografica, la più geopolitica di tutte. Da un lato paesi opimi, popolati da vecchi che difendono rendite e ricordi; dall’altro un’umanità giovane, terzomondiale solo nel linguaggio, affamata di affermazione, pronta — non per invasione, ma per necessità storica — a riempire i vuoti lasciati. L’Africa non bussa: avanza. E l’Europa, se non comprende questa dinamica, continuerà a oscillare tra paura e ipocrisia.
Rileggere Dogali oggi non significa indulgere nella nostalgia né assolvere il colonialismo. Significa riconoscere una costante: l’Italia fatica a pensarsi come soggetto geopolitico autonomo. Allora come oggi, oscilla tra ambizione e ritrazione, tra moralismo e opportunismo. Addis Abeba 2026 può essere un inizio o l’ennesima rappresentazione. Dipenderà da una scelta che la storia chiede da oltre un secolo: smettere di recitare e cominciare, finalmente, a decidere.




