So che un bravo critico letterario deve scrivere una buona recensione cercando di essere breve, conciso, imparziale e soprattutto NON DEVE LASCIARSI coinvolgere troppo.
Lo dice anche Smita, la protagonista de “Il canto dei cuori ribelli”.
Ma io non sono un critico letterario e non sempre riesco ad essere breve e concisa, cerco però di essere imparziale, ma questa volta non posso e non voglio NON LASCIARMI COINVOLGERE da un romanzo che ho letto in soli quattro giorni.
Spero quindi che  mi perdonerete per questo “fuori programma”, certa che questo scritto non danneggerà la critica letteraria.

Quando ho iniziato a leggere il libro ho provato un immediato coinvolgimento. Più leggevo e più desideravo leggere.
E’ scritto con uno stile semplice, avvincente… pieno di descrizioni.
Mi sembrava di essere dentro il libro, di vivere in prima persona gli eventi narrati.

Smita è una giovane giornalista indiana che all’età di quattordici anni, insieme alla famiglia, per ragioni che rimarranno nascoste fino a oltre metà libro, è costretta a lasciare Mumbai per trasferirsi in America.
E’ una donna bella, indipendente, benestante, con una carriera promettente, una famiglia che ama, tanti amici.
Non è fidanzata, ma non si lascia sfuggire le occasioni per stare con gli uomini. Forse non si sente pronta per una relazione stabile o, semplicemente, non vuole coinvolgimenti.
Mentre è in vacanza alle Maldive arriva una telefonata di Sharon, amica e collega, che le chiede di raggiungerla in India perché deve subire un intervento.
Smita aveva giurato di non mettere più piede nel suo paese d’origine, ma non esita a raggiungere l’amica, perché l’amicizia vale più del motivo per il quale non voleva più tornare a Mumbai.
Arrivata nella sua città natale ha inizio per lei una sorta di tormento interiore, una serie di flashback non scritti, appena intuibili dal lettore. Quest’ultimo riesce ad avvertire perfettamente solo il malessere di una donna che comincia ad apparire meno sicura di sé.
E la conoscenza con Mohan, un giovane e affascinante informatico indiano, amico di Sharon, accentua ancora di più il suo conflitto. L’uomo è così fiero di essere indiano, ama Mumbai così tanto, che sin da subito si scontra, con eleganza ed equilibrio, con Smita, che invece è così orgogliosa di essersi “americanizzata”.
Arrivata nell’ospedale in cui Sharon è ricoverata, la protagonista scopre il vero motivo per cui si trova in India. Deve scrivere, al posto della collega, un articolo su Meena, una giovane donna che si “è macchiata di un grande crimine”: innamorarsi di un musulmano.
Pian piano comincia a delinearsi l’immagine di un’India che non è esattamente quella di cui Mohan va orgoglioso, l’India dei piccoli villaggi, dove la gente è analfabeta, dove esiste un “capo villaggio” che sguazza nell’ignoranza degli altri perché può fingersi stregone, uomo che si vanta di leggere passato, presente e futuro, che può prestare soldi a usura facendo passare il “prestito” come opera di bene, che può permettersi di dire a un fratello come deve trattare le sorelle, che chiama le donne “puttane, troie, cani” senza ricevere punizione alcuna, che addirittura chiede la prova della loro verginità, e chi si rifiuta deve camminare sui carboni ardenti… E tutti a credere che se la sfortunata si brucia i piedi non è vergine.
Un’India in cui i fratelli possono dar fuoco al cognato, possono uccidere la propria sorella, che avrebbero ucciso anche un’anziana e una bambina innocente, senza essere condannati, perché basta corrompere la polizia e, peggio ancora, i giudici.
Una religione, l’induismo, che viene trasformata per ignoranza/integralismo in odio.
Ma quale religione si basa sull’odio? NESSUNA. L’induismo predica la pace, non di certo l’odio.
L’odio è il prodotto della mente malata degli uomini.

La storia di Meena si intreccia con quella di Smita, che negli anni novanta ha dovuto subire, insieme alla sua famiglia, una situazione di violenza, sempre in India, sempre in nome della religione.

Il racconto di Smita apre gli occhi a Mohan, che comincia a vergognarsi un po’ del suo Paese.
Ma anche Smita comincia a cambiare. Nonostante ciò che ha vissuto in prima persona e con la sua famiglia, nonostante la terribile storia di Meena, nostante le mille contraddizioni dell’India, la donna capisce che per tanti anni si è lasciata sopraffare dall’orgoglio.

Due anime gemelle lei e Mohan, si incastrano alla perfezione.
Un incontro bellissimo, sicuramente per la storia d’amore, ma soprattutto perché l’uno ha insegnato all’altra che esiste un punto di vista diverso dal proprio. E la storia di Meena ha insegnato a entrambi che nella vita bisogna combattere solo per Amore.
Meena si sacrifica per salvare sua figlia e sua suocera. Ha sempre pensato agli altri, mai a se stessa.

E che cosa hanno insegnato Meena, Smita e Mohan a chi scrive? Che nella vita, alcune volte, bisogna lasciarsi andare, che le regole sono giuste, ma in alcuni casi, è necessario infrangerle. Perché l’Amore vale più di qualunque regola.
E che anche la parola “onore” (Abru), che tante volte ha una connotazione negativa, può significare AMORE.
E la ribellione? Nel libro è la caratteristica che accomuna tutti i personaggi: Meena, che si ribella alle convenzioni della sua casta, ai fratelli e al capo villaggio, Smita e Mohan che si ribellano alle ingiustizie del mondo, Nandini che si ribella al suo lavoro perché innamorata di Sharon e vuole starle accanto…
…tutti loro hanno un cuore ribelle.

E cosa cantano i cuori ribelli? Il più bello e puro canto d’AMORE