Al di là degli elementi di sociologismo, che pure abbiamo già affrontato parlando di libri gialli già pubblicati nell’ambito di questa biblioteca Manuzio, sia di questa serie del commissario Bonichi di Alessandro Varaldo, sia per quelli della serie del commissario De Vincenzi di Augusto De Angelis (ma anche in altre occasioni, per esempio in alcuni gialli di Collins, Oppenheim etc.), c’è da sottolineare come la narrativa gialla sia legata in primo luogo alla fantasia dell’autore. Se consideriamo tra i capostipiti del genere Poe e Conan Doyle troviamo che erano particolarmente attratti dal soprannaturale. I migliori risultati nel genere giallo si raggiungono con un buon equilibrio tra realismo e immaginazione. Possiamo notare facilmente come l’ipnosi, nei gialli classici tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento (in particolare nel periodo d’oro del giallo, l’era di Agatha Christie), veniva utilizzata per spiegare come un assassino potesse controllare una vittima senza essere fisicamente presente sulla scena del crimine.
Possiamo brevemente ricordare The Mystery of Evelin Delorme di Albert Bigelow Paine, un’opera del 1894 che esplora l’identità e i misteri attraverso atmosfere gotiche e profondità psicologiche tipiche dell’epoca. Dello stesso anno c’è A Modern Wizard di Rodrigues Ottolengui che certamente ha influenzato il genere nel primo Novecento; il racconto è incentrato sulla vicenda di un illusionista che usa le sue capacità per navigare tra realtà e magia in un contesto investigativo. Più noto ancora e sempre del 1894 è Trilby di George du Maurier. Questo romanzo ha reso celebre il personaggio di Svengali, un ipnotista che manipola la protagonista. Pur essendo un romanzo d’appendice con forti tinte melodrammatiche, ha fissato nell’immaginario collettivo il legame tra crimine, sottomissione del volere e ipnosi. Successivamente, nel periodo d’oro del giallo classico (anni ’20 e ’30 del XX secolo), l’ipnosi venne spesso esclusa dai puristi. Il celebre Decalogo di Knox (1929), ad esempio, vietava, al punto due, l’uso di elementi soprannaturali o paranormali per garantire che il lettore avesse gli stessi indizi logici del detective.
Ciononostante agli inizi degli anni ’30 John Dickson Carr fece ripetutamente ricorso in diversi suoi romanzi a trame incentrate su delitti impossibili, spesso risolti smascherando manipolazioni psicologiche che coinvolgevano stati di trance o suggestione post-ipnotica. Varaldo, colto e fine lettore, come dimostra costantemente nei suoi romanzi, certamente consapevole degli elementi su citati, decide quindi, con questa quinta avventura del commissario Bonichi del 1935, di delineare un quadro di questo tipo come sfondo dell’intreccio nel quale Bonichi deve districarsi. Successivamente, nel 1940 e 1941, fu Pietro Zampa a introdurre addirittura la radiestesia nel genere giallo, ma, secondo lui, non infrangeva il decalogo di Knox, essendo la radiestesia una nuova scienza che lui interpretava con passione e convinzione totale.
In una livida alba di febbraio, il principe Giulio di San Leo, dopo aver completato la propria rovina economica al tavolo di una bisca, si trova appoggiato al parapetto del Lungotevere di fronte all’Isola Tiberina. La gelida corrente che scorre sotto di lui fa scorrere nella sua mente atroci tentazioni. Ma sente un passo smorzato, un sospiro, una caduta, e si trova ai suoi piedi un cadavere, quello di un illustre violinista, uno dei tre figli, con tre mariti diversi, della tenutaria della bisca. Da qui la fantasia di Varaldo si dipana con la narrazione in prima persona, per la prima metà, dello stesso principe Giulio giungendo fino al punto nel quale non può proseguire, travolto dagli avvenimenti, e per la seconda parte del marchese Giorgio di San Marco. Varaldo segue quindi lo stesso espediente narrativo già messo in campo nel primo dei gialli di questa serie, Il sette bello.
Ancora una volta chi legge può divertirsi a individuare le citazioni “colte” di Bonichi, alle quali fanno da contraltare le letture dei due nobili che il commissario, tra un mezzo toscano e l’altro, ha reclutato a supporto della sua indagine, nella quale gli elementi “scientifici” sono secondari rispetto alle intuizioni geniali e all’osservazione attenta. Guardando la targa stradale di Via De Pretis viene quindi spontaneo citare Carducci: «irto spettral vinattier di Stradella». Riflettendo sulle possibili sorti degli abitanti della pensione dove alloggia il principe, a Bonichi viene in mente Lombroso:
«Ciò farebbe un ventisette per cento, oltre il quarto. Lombroso ha creato una teoria apposta con assai meno. E il Dio della Vendetta, invitando Noè a costruir l’Arca, fu pessimista assai piú del Lombroso.»
Per spiegare il suo modo di procedere tra ordine e disordine con la forza della propria mente Bonichi si rifà a Milton:
«Si è detto che nel Paradiso perduto, Milton abbia raffigurato nell’angelo dell’ordine Cromwell e in quello del disordine lo Stuart. Punti di vista politici. Ma nel mio caso non c’è che un punto di vista umano.»
Per delineare il possibile profilo morale di un eventuale indiziato ricorre persino a Machiavelli:
«Non è coraggio la crudeltà. Machiavelli dice – non so dove – che ne è la maschera.»
E infine un indizio forse importante lo può ritrovare persino nei Diari di Samuel Pepys…
Infilate tra le pieghe della vicenda e forse sfuggite anche alla censura dell’epoca, non manca qualche frecciatina di questo tipo:
«Quindi i giornali, oggi cosí bene sorvegliati, perché avvertano ma non sovvertano il pubblico, meno curioso di quanto si crede, pubblicheranno…»
Ma Bonichi prosegue anche nelle sue riflessioni morali e filosofiche, e la sua battaglia al male la vede come combattuta non solo contro il delitto, ma anche contro la falsità, l’ipocrisia:
«È ancora la fede che mi sostiene, questa: che il male si paga, il male di tutte le gradazioni dalla bugia al delitto, e fortunato chi paga subito, ché non accumula interessi.»
L’aiuto che si attende dal “caso” per venire a capo degli intricati eventi delittuosi che è chiamato a dipanare prende forme ancor più delineate:
«C’è questa immanenza divina che ci aiuta e che si serve all’occorrenza del piú strano ausiliare…»
Ma anche a tecniche adatte a favorire il caso stesso:
«da un fondo di verità alzava un castello di carte che avrebbe lasciato crollare senza preoccuparsene. Per riprendere però il tema di prima.»
Nonostante sia spesso considerato un giallo appartenente già al periodo del declino narrativo in questo genere da parte di Varaldo, gli spunti interessanti e avvincenti non mancano.
Un ultimo appunto sulla nota finale: Bonichi viene indirizzato dal suo superiore verso un nuovo caso incentrato sul Tesoro dei Borboni che viene quindi annunciato come il titolo successivo e sesta avventura del Commissario Bonichi. Non sarà così a causa di vicissitudini editoriali e prima de Il Tesoro dei Borboni – che sarà l’ottava e ultima avventura prima della soppressione del genere – ci saranno altri due romanzi gialli: Casco d’oro (dove non troviamo Bonichi ma diversi suoi aiutanti comparsi nei precedenti romanzi) e Il segreto della statua. Ma confido che riusciremo a presentare in questa sede tutti i romanzi rimanenti e anche le successive avventure di Gino Arrighi, frequentemente collaboratore di Bonichi – e un romanzo postumo pubblicato solo nel 1989.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Era un’alba di febbraio. Non so davvero perché in quell’alba di febbraio mi trovassi appoggiato sul parapetto del Lungotevere Cenci ad osservare macchinalmente l’isola Tiberina addormentata dinanzi a me. So che uscivo, conciato alla maledetta, da una casa di gente per bene, ove si può giocare ogni notte e dove si può anche barare, purché la vada franca. E per me l’andò nel senso inverso. C’era un generale americano del Sud, e c’era un inglese scozzese del Nord – per tali almeno si facevano passare – che tenevano la fortuna al guinzaglio. Strano – adesso che ci penso – mai chiesero il banco l’uno all’altro. Ma il danaro di tutti gli altri ci passò, e come! Compreso il mio, quello di mio almeno ch’era ancor mio, quel pacchetto di biglietti bianchi, frutto dell’ultima ipoteca sul castello famigliare, che sarebbe dunque andato all’asta il giorno in cui non avrei potuto pagar gli interessi, giorno fatale che si profilava all’orizzonte lucido piú che le parole di Baldassarre.
Per intanto ero all’asciutto, senza piú risorse né stato, quattro giorni allo scader della pensione che si doveva pagare anticipata – e non era nemmeno bisestile quel maledetto febbraio – io, Giulio Onesti, ultimo principe di San Leo, marchese di Leuca, conte, visconte e nobile di molte e assai terre e castella, dottore in legge, ma senza arte né parte, con l’unica scoperta della verità in fondo al pozzo, la verità della mia rovina e della mia miseria.
Scarica gratis: Circolo chiuso di Alessandro Varaldo.




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