In scena al Rasi il testo di Francesco Alberici premiato agli Ubu
Scritto e pubblicato nel periodo pandemico, arriva anche a Ravenna il testo scritto, diretto e interpretato da Francesco Alberici, Bidibibodibiboo, ispirato, nel titolo, all’opera figurativa di Maurizio Cattelan del 1996. Uno scoiattolo morto riverso su un tavolo in formica e la pistola sul pavimento, mentre sullo sfondo campeggiano una caldaia macchiata, un lavello con stoviglie sporche e di fronte al corpo esanime dell’animale una sedia vuota. Un’immagine che rimanda al disincanto e allo squallore, sia pure con la venatura umoristica circa l’improbabilità di un gesto suicida da parte dell’essere vivente in questione.

Anche Alberici sceglie l’ironia per parlare del dramma del lavoro nella società contemporanea con uno spettacolo metateatrale, che procede per segmenti narrativi incastrati l’uno sull’altro, mentre sul palco vengono aperte una dopo l’altra le scatole di cartone che compongono la scenografia. Si accentua così la dimensione transitoria della narrazione, che proietta sullo spettatore un senso d’attesa destinato a non essere mai appagato del tutto fino all’epilogo.
Subentrano in continuazione sollecitazioni, discussioni, sovrapposizioni tra personaggi, anche se la rappresentazione rimane sempre focalizzata sul lavoro e sul suo potere di determinare in meglio o in peggio la qualità della vita delle persone.
Si parla dei colossi dell’economia globale capaci di stabilire parametri di efficienza spesso irragionevoli, di oltrepassare leggi nazionali grazie ad un linguaggio trasversale: parole quali performance, competitività, ottimizzazione, razionalizzazione sono ormai acquisite anche nel parlato quotidiano e la loro pervasività raggiunge anche altri ambiti oltre a quello aziendale.
Ci si interroga su quanto la scelta del proprio lavoro sia stata davvero libera o condizionata da fattori sociali, culturali, economici. Sullo smantellamento dell’equazione lavoro stabile uguale maggiore sicurezza, poiché il mondo del lavoro in quanto tale si sta avviando verso una condizione di precarietà permanente, soprattutto in relazione alla rapidità dei cambiamenti storici, sociali e tecnologici.
Ancora, sulle note di un malinconico pianoforte, ci si interroga sul rapporto che abbiamo con il tempo sottratto al lavoro, sempre meno e sempre più insidiato.
Infine, uno dei temi portanti del testo di Alberici, è quanto sia davvero onesta la scelta del regista che decide di portare in scena uno spettacolo di denuncia sociale mettendo in gioco anche le proprie vicende familiari.

Bidibibodibiboo racconta infatti di due fratelli molto uniti ed entrambi iscritti al Conservatorio, che decidono di iscriversi all’Università, l’uno a Economia politica e l’altro a Statistica. Il primo, appena laureato, piuttosto che ripiegare su un impiego malpagato e incerto si dedica al teatro. L’altro entra come stagista in una multinazionale, affascinato dal recruiter, per poi finire a lavorare a ritmi estenuanti e ad essere preso di mira da un superiore, fino al licenziamento.
Alberici attinge come Cattelan al titolo della canzoncina della fata di Cenerentola, accentuando e mettendo insieme elementi antitetici quali il disincanto che accompagna il senso di impotenza del lavoratore che prelude il licenziamento, ma anche la puerilità delle promesse iniziali che si rivelano fasulle.

Come si accennava sopra, se in un primo momento il fratello accetta che la sua vicenda venga portata in scena, sia pure non rivelando dettagli che potrebbero rendere riconoscibile la multinazionale in questione, verso la fine dello spettacolo, cambia idea.
Il fratello regista, irritato, gli dice che non è possibile, che oramai è tardi. Inizia così un litigio furibondo che sì, si risolve, ma porta alla luce anche nella vita del fratello artista, tante incongruenze rispetto alla sbandierata libertà. Anche in questo ambiente tanti sono i limiti e i vincoli, per non parlare delle invidie professionali e dei fallimenti da cui spesso non ci si può più riprendere.
Ma il regista porta soprattutto alla luce il dilemma sull’onestà personale quando si porta il vissuto di un altro in scena. La visuale dell’artista è sempre rispettosa della tragedia altrui o compie egli stesso un altro tipo di violenza, suo malgrado?
Il testo è stato creato nel corso dell’Ecole des Maitres 2020/21 diretto da Davide Carnevali ed è stato finalista alla 56esima edizione del Premio Riccione per il Teatro e Premio Ubu 2024 come miglior nuovo testo italiano.
Anna Cavallo
Cover @Francesco Capitani




