“Le cime di Arturo”, libro di Gianluca Caporaso
Arturo è un bambino con un modo tutto suo di guardare le cose e ha una bicicletta per scappare dal chiasso del mondo. Non a caso, il suo nome appartiene alla stella più luminosa del cielo. Ma ha anche un foglio di carta che a scuola diventa un vero nemico, perché le lettere non vogliono saperne di stare ferme e iniziano a ballare sotto i suoi occhi. Quando deve leggere ad alta voce, la sua grande fatica si scontra con le risate dei compagni. È una pugnalata che gli incendia le orecchie, un dolore profondo che a dieci anni non sa come spiegare.
È un fanciullo sensibile e riflessivo. Quello che la scuola liquida come una ‘fragilità’ o chiama ‘dislessia’, in realtà è solo il suo modo originale di elaborare il mondo. Perché, dove gli altri vedono un limite, Arturo trova una risorsa: protetto dal silenzio accogliente di sua madre, usa un’immaginazione enorme come uno scudo e come una medicina. Raccoglie piccoli oggetti scartati, frammenti e rottami, e costruisce valigie di ricordi per dare una forma visibile a ciò che ha nel cuore, trasformando ogni ferita in un pezzo di bellezza.
Il titolo del libro, “Le cime di Arturo”, racconta proprio questa quotidiana fatica che si trasforma in un riscatto. Le cime sono le vette delle montagne che il bambino scala per scappare dalla confusione e dal giudizio della gente, per trovare un posto dove parlano solo gli alberi. Ma sono anche i traguardi invisibili che conquista ogni volta che supera una crisi di rabbia o un senso di inadeguatezza.
Gianluca Caporaso scrive questa storia rinunciando a ogni frase complicata. Usa pensieri brevi, asciutti, staccati l’uno dall’altro come immagini improvvise, imitando la voce e il respiro affannato del bambino. Quando Arturo pedala, il ritmo corre; quando la notte arrivano gli incubi, le frasi si accorciano e manca il respiro. È uno stile non retorico, essenziale, che mostra le cose nella loro verità, facendo arrivare la gioia o la sofferenza dritte al cuore, senza filtri.
Il nucleo profondo del testo sta nel modo in cui si guarda alle presunte “fragilità”. Chi è dislessico colora e decodifica la realtà con i colori e la poesia, in modo del tutto particolare. Il libro mette a nudo anche la debolezza dei grandi, genitori compresi, che spesso si rimpiccioliscono davanti alle loro paure o complicano i rapporti dei figli con troppa ansia. Al contrario, i bambini mostrano una capacità di cura e una vicinanza emotiva che riesce a rimettere in piedi un mondo instabile.
In questo cammino l’arte è una delle medicine più efficaci. Arturo non ha le parole giuste per descrivere i suoi incendi interiori, allora usa le cose che vede o che gli raccontano. Le statue dai corpi svuotati di Bruno Catalano, ad esempio, gli spiegano che tutti gli esseri umani hanno dei buchi dentro, ma che dai buchi si vede il cielo. I litigi dei genitori prendono la forma spigolosa e deformata dei quadri di Bacon o di Giacometti, e le prese in giro dei compagni di classe si manifestano nella scomposizione di un’opera futurista di Boccioni. La creatività diventa così l’unico traduttore possibile, per un dolore che altrimenti brucerebbe tutto.
Il senso più umano del libro è che non serve essere perfetti o correggere ogni difetto per avere un posto nel mondo.
Le nostre crepe sono solo i punti da cui può entrare ancora più luce. È la dimostrazione che l’infanzia possiede una forza e una dignità capaci di misurare perfino le nuvole.
Insegnando a noi adulti come si fa nuovamente a risplendere




