La Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach non è un’opera che si ascolta semplicemente: mette in crisi la nostra posizione di spettatori. È, prima ancora, il racconto di un uomo messo di fronte al limite estremo: la solitudine, il tradimento, la paura.Se la leggiamo solo come evento religioso, rischiamo di ridurla. Perché in quelle pagine non c’è soltanto Dio che soffre: c’è l’uomo che cede, che fugge, che si giustifica, che si condanna. È un dramma che non appartiene alla fede. Appartiene a chiunque. Già nel 1988 Hans Blumenberg osservava come il problema non fosse comprendere Bach, ma comprendere noi stessi di fronte a un lavoro nato in un mondo in cui il suo significato era immediato. Nel Settecento la Matthäus-Passion non era un oggetto estetico, ma un’esperienza condivisa nella liturgia. Se questo era il suo senso originario, cosa resta oggi?

Ascoltarla il Giovedì Santo all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia restituisce solo in parte quella dimensione, ma ne conserva la forza: un ascolto prolungato, attento e partecipe. Oltre tre ore di musica — dalle 20 alle 23.20, comprese le pause — impongono un’attenzione totale. La platea, non completamente piena ma composta da un pubblico maturo, con alcune presenze germanofone, sembrava consapevole di vivere un’esperienza intensa.

Eppure, proprio qui emerge il paradosso indicato da Blumenberg: non condividiamo più il sistema teologico che ha generato l’opera, eppure ne siamo profondamente toccati. La ragione sta nella sua costruzione. Nella Passione secondo Matteo, le relazioni tra testo e musica si offrono con chiarezza immediata: gli stati d’animo diventano percepibili prima ancora che interpretati.

Pietro rinnega, e lo fa per paura. Non per malvagità, non per calcolo: per salvarsi.
Giuda tradisce, ma non è un mostro: è un uomo che non regge il peso delle proprie scelte.
Pilato sa, capisce, e tuttavia si lava le mani. È forse il più vicino a noi: vede l’ingiustizia, ma sceglie di non pagarne il prezzo.

In questa sequenza non c’è solo teologia. C’è un catalogo di comportamenti umani che attraversa i secoli.

Riccardo Minasi evita ogni monumentalità. Come dice lui stesso, si tratta di «una creazione estremamente multiforme», che trova «nei contrasti — soprattutto sul piano psicologico — una forza comunicativa unica», articolata «attraverso tre percorsi narrativi paralleli: il racconto evangelico, la meditazione poetica e il ritorno alla liturgia nei corali». Gestire doppia orchestra, doppio coro e voci bianche non era semplice, soprattutto con il breve tempo di prove a disposizione. Minasi mantiene equilibrio e tensione, facendo dialogare ogni coro e strumento come se potesse fermare il tempo.

Fondamentale, in questa architettura, il ruolo del coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, preparato da Andrea Secchi: compatto, preciso, capace di passare con naturalezza dalla violenza quasi brutale dei cori della turba a una dimensione raccolta e meditativa nei corali. La duttilità del suono e la chiarezza della dizione restituiscono pienamente la funzione drammaturgica del coro, ora massa instabile e aggressiva, ora comunità che riflette e prega.

La risposta del pubblico, calorosa e partecipe, lo conferma.

Il racconto evangelico è affidato all’Evangelista, qui James Gilchrist, che offre una prova eccezionale: espressività, controllo nelle note alte, potenza e grande capacità di comprendere il testo. Non canta semplicemente le parole: le fa respirare e vibrare, costruendo il tempo del racconto.

La teatralità dell’opera nasce proprio dalla compresenza di livelli diversi: l’Evangelista espone i fatti con sobrietà, mentre intorno si dispiegano le reazioni umane. La violenza della folla nei cori della turba, la sospensione del tempo nelle arie, la riflessione collettiva nei corali. Nel dialogo tra voce e strumenti — come nel pianto di Pietro con il violino — ogni respiro diventa presente.

Blumenberg suggerisce che il cuore dell’opera non sia nella crocifissione, ma nell’aria Erbarme dich: qui il racconto si interrompe e si apre uno spazio interiore, tra angoscia e perdono. La morte di Cristo diventa allora un contesto per comprendere l’anima umana, non un evento remoto. Gesù, affidato a Cody Quattlebaum, soffre fisicamente e spiritualmente, ma è sempre mediato dagli altri: i cori, le arie e l’Evangelista ci invitano a un esercizio di empatia.

La Passione secondo Matteo non racconta solo la fede, ma il nostro essere al mondo: ci parla di colpa, dolore e speranza, e ci costringe a misurarci con le nostre tensioni interiori. Forse è questo il punto: la Passione non ci chiede se crediamo. Ci chiede da che parte stiamo. Perché, al di là della fede, resta una domanda che non si può evitare: davanti all’ingiustizia, al dolore, alla verità — saremo spettatori, complici, o testimoni?

ph: MUSA

Formazione dell’esecuzione – Passione secondo Matteo

Orchestra, Coro e Voci Bianche – Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Direttore: Riccardo Minasi
Maestro del Coro: Andrea Secchi
Maestra del Coro di Voci Bianche: Claudia Morelli

Solisti:

  • Gesù (basso): Cody Quattlebaum
  • Evangelista (tenore): James Gilchrist
  • Soprano: Jane Archibald
  • Contralto: Sophie Rennert
  • Arie: Linard Vrielink (tenore), Edwin Crossley-Mercer (basso)
  • Testimone I / Ancella II (alto): Sara Tiburzi
  • Ancella I / Moglie di Pilato (soprano): Costanza Fontana
  • Giuda (basso): Hyunmo Cho
  • Pietro (basso): Patrizio La Placa
  • Testimone II (tenore): Antonio Sapio
  • Sommo Sacerdote II (basso): Federico Benetti
  • Pilato (basso): Massimo Simeoli
  • Sommo Sacerdote I (basso): Andrea D’Amelio

Durata:
Prima parte: 1h10 circa
Intervallo: 20 min
Seconda parte: 1h40 circa

Trasmissione:
Diretta: giovedì 2 aprile su Rai Radio 3 e Euroradio
Differita: Rai 5 ore 21.20

Bach: Passione secondo Matteo / Minasi