Tra nostalgie missine, fedeltà berlusconiane e un finale che ricorda più un cartone animato che una manovra parlamentare, Gasparri viene sacrificato mentre Stefania Craxi emerge come erede simbolica di un passato che ritorna.
La politica italiana ha spesso il tono di una commedia dell’arte, ma ci sono momenti in cui supera se stessa e diventa fumetto. E per raccontare l’ultima vicenda di Maurizio Gasparri, non c’è metafora più calzante di quella disneyana: lui è Paperino, il più sfortunato, il più fedele, il più maltrattato dei personaggi, sempre pronto a prendere schiaffi dalla vita e a tornare in scena con un sorriso stropicciato.
Il suo cursus honorum, del resto, sembra davvero uscito da un albo di Paperopoli. Gasparri nasce missino, in un MSI che aveva ancora il profumo di ciclostili e sezioni fumose. È un giovane dirigente che cresce all’ombra di Almirante e Rauti, in un mondo politico che si muove tra nostalgia e disciplina. Poi arriva la stagione della svolta: Gianfranco Fini porta il Movimento Sociale verso Alleanza Nazionale, e Gasparri sale sul carro con l’entusiasmo di chi vede finalmente aprirsi le porte della rispettabilità istituzionale.
Quando nasce il Popolo della Libertà, il grande contenitore berlusconiano che avrebbe dovuto unire tutta la destra, Gasparri si adegua. È il momento in cui Silvio Berlusconi appare come un Paperone capace di trasformare ogni anatroccolo in un’aquila. Ma quando il PDL esplode, e quasi tutti gli ex compagni di partito migrano verso Fratelli d’Italia – da Giorgia Meloni a Ignazio La Russa, da Guido Crosetto a Adolfo Urso – lui no. Lui resta. Come Paperino che, nonostante le sgridate, le avventure finite male e i debiti di Zio Paperone, continua a vivere nella sua casetta a Quackmore Street, fedele al vecchio zio più per abitudine che per convenienza.
Gasparri resta in Forza Italia anche quando il vento cambia, anche quando la destra si ricompatta altrove, anche quando la fedeltà non è più premiata. E, incredibilmente, qualche piccolo avanzamento lo ottiene pure: un ruolo, una presidenza, un titolo. Piccole soddisfazioni da Paperino che, dopo mille disgrazie, riesce almeno a vincere una gara di pesca.
Poi arriva il referendum sulla giustizia. Doveva essere, nelle intenzioni del partito, un tributo alla memoria di Silvio Berlusconi, che sulla giustizia aveva costruito una parte consistente della sua epopea politica. Doveva essere il monumento finale al Cavaliere, la battaglia simbolica che avrebbe unito il partito e rinsaldato la sua identità. Invece si rivela un flop clamoroso. E quando un’operazione fallisce, serve un colpevole.
È qui che entra in scena Marina Berlusconi, che in questa storia assume i tratti di Paperoga: geniale, impulsiva, imprevedibile, capace di decisioni drastiche e di improvvisi colpi di teatro. Serve una testa da offrire al pubblico, un nome da appendere al muro come monito. E chi meglio di Gasparri, il meno forzista dei forzisti, l’uomo che non ha più un vero clan politico a proteggerlo, né in Forza Italia né tra gli ex compagni ormai accasati in Fratelli d’Italia?
Il sacrificio è rapido, quasi rituale. Gasparri perde il cadreghino di presidente del gruppo al Senato. Nessuno si strappa le vesti. Nessuno corre in suo soccorso. Paperino, ancora una volta, resta solo davanti al plotone d’esecuzione, con quell’aria di chi non capisce bene come sia finito lì ma accetta il destino con la rassegnazione di chi ne ha viste tante.
E poi, come in ogni fumetto che si rispetti, arriva il colpo di scena finale. Al posto di Gasparri compare Stefania Craxi, che emerge dal mare politico come una Venere della Prima Repubblica. Figlia di Bettino, l’uomo che più di tutti contribuì alla fortuna imprenditoriale di Silvio Berlusconi, simbolo di un legame antico che torna a galla proprio nel momento in cui Forza Italia cerca una nuova identità. Il cerchio si chiude. Il passato ritorna. E Paperino, ancora una volta, resta fuori dalla vignetta.
La politica italiana è anche questo: un eterno ritorno, un album di figurine in cui i personaggi cambiano ruolo ma non spariscono mai davvero. Gasparri, con la sua biografia da funambolo della destra, ne è la prova vivente. E mentre lascia la sua poltrona, forse si consola pensando che, in fondo, Paperino è il personaggio più amato di tutti. Anche quando lo mandano al muro. Anche quando gli tolgono tutto. Anche quando, come oggi, diventa il simbolo perfetto di un partito che non sa più se guardare avanti o tornare indietro.




