La cucina è in penombra, una di quelle stanze dove si parla fino a tardi. Sul fuoco c’è la macchinetta napoletana, quella che devi aspettare senza fretta, sennò il caffè esce nervoso. Pino è seduto di sbieco, si massaggia la tempia. Edoardo sta in piedi vicino alla finestra, tamburella sul marmo con un ritmo secco.

Edoardo: Pino, ma che è? Ti vedo sbattuto. Pure tu con la cervicale?

Pino (senza alzare lo sguardo): Eh, Edoà… la cervicale, il cuore, la malinconia… stamattina mi è preso tutt’assieme. E la pioggia di stanotte, mi sembrava di stare in un disco degli anni Settanta, con le custodie bagnate. Tu invece sembri sempre una molla.

Edoardo: Ma quale molla? Se mi fermo sento pure io tutti i dolori. Stamattina ho accompagnato mia nipote a scuola: cartoni animati, musiche strane… Mi è venuto in mente quando stavamo noi per strada, che ogni nota era una sassata.

Pino accenna un sorriso stanco.

Pino: Le sassate… ora è tutto liscio, tutto pop. A volte mi guardo allo specchio e mi chiedo se sono ancora chillu guaglione che gridava per strada. La gente ti vuole sempre lì, in quella cartolina.

Il caffè comincia a uscire. Edoardo si avvicina, prende la napoletana con uno straccio e la gira con un gesto sicuro. Il fumo sale sottile.

Edoardo: Se la giri troppo presto, viene acqua sporca. Se aspetti troppo, brucia. Pure noi siamo stati così: sempre a cercare il momento giusto per girare la vita. Anche a costo di farcelo tirare in faccia, il caffè.

Pino: Però tu sei stato più tosto. Io a un certo punto ho cercato la bellezza, la pulizia… forse pure troppo. Ma senti che profumo: questo è l’unico blues che non tradisce.

Beve un sorso bollente dalla tazzina scheggiata. Edoardo la tiene tra le mani come per scaldarsi.

Pino: L’altro giorno pensavo a quel disco tuo… Taiwan

Edoardo:Kaiwanna

Pino: Sì, quello là. Ma che ti passava per la testa? Io quando lo sentii la prima volta dissi: ‘Ma questo s’è bevuto il cervello o s’è comprato un’astronave…’. Tutti quei versi strani, quelle batterie finte, quei tasti elettronici che parevano i suoni dei videogiochi dei ragazzini… Tu che eri il re del tamburello e della chitarra scassata…

Edoardo (ride): Pure tu nun ‘e capito niente? Era una provocazione. Mi ero stancato di fare il cantautore con l’armonica. La gente voleva la favola, io gli ho dato il computer. Volevo vedere se mi seguivano pure nel futuro o se volevano restare fermi a guardare il mare. (Riflettendo) Ma pure tu, però… nun pazziammo proprio

Pino: Pure io… che cosa?

Edoardo: A un certo punto sei diventato un lord. Camicie bianche, arrangiamenti che parevano di seta, archi, tastiere, italiano perfetto, praticamente un borghese… ‘Che male c’è, che c’è di male’. Te lo dico io che c’era di male: pareva che non volevi più sudare sul palco, Pino.

Pino: (posa la tazzina con un rumore sordo) Non è che non volevo sudare, è che il sudore dei primi tempi mi stava soffocando. Dopo Nero a metà volevo il jazz, volevo sentire le note pulite, volevo che pure uno a Milano o a Londra capisse che a Napoli non siamo solo rabbia e disoccupazione. Mi sono messo a cantare in italiano perché volevo uscire dal vicolo, non perché me l’ero scurdato“.

Edoardo: E i puristi non te l’hanno perdonata. A me dicevano che ero diventato artificiale, a te che eri diventato un cantante da salotto e da piano bar. Ma la verità è che ci annoiamo a fare sempre la stessa cosa. L’artista che non cambia è un impiegato del catasto.

Pino: Se non cambi pelle, sotto marcisci.

Edoardo annuisce, guardando fuori.

Edoardo: Io ho rotto il recinto mille volte. Mi sono prodotto da solo, ho mandato tutti a quel paese. L’indipendenza è bella, ma costa. Perché se non stai alle loro regole, ti spengono la luce.

Pino: A me mi chiamavano alle tre di notte: “Il pezzo non passa in radio, serve un ritornello più facile”. Mi veniva voglia di scassà ‘a chitarra in testa a qualcuno…

Un attimo di silenzio. Solo il rumore dell’acqua nel lavello mentre Pino sciacqua la tazzina.

Pino: Ti ricordi i primi tempi? Andavamo negli uffici a Milano con le pezze al culo. A me dicevano: “Canta in italiano, vendiamo il triplo”. A te volevano metterti la giacca da damerino.

Edoardo: Volevano che facessi le canzoncine d’amore per le ragazzine. Mi ricordo uno, un pezzo grosso, che mi disse: “Bennato, ma perché devi sempre sputare nel piatto dove mangi? Fai una bella melodia e vedrai che vai a Sanremo”. Io lo guardai e pensai: “Ma chisto overo crede che mi metto la giacca e faccio il bravo? Io a Sanremo ci vado per farti venire l’orticaria, piuttosto… mentre tutta l’Italia se vede ‘o telegiornale”... Volevo fare il pirata proprio perché loro volevano farmi fare il marinaio di scorta.

Pino torna a sedersi.

Pino: La solitudine… è quella che mi pesa di più. Il discografico ti vede come un bancomat, il fan come un santino. E tu stai in mezzo, magari hai solo voglia di suonare una nota diversa perché quel giorno ti senti triste o un altro uomo. Io l’ho sentita forte quella solitudine, come un prigioniero di lusso. C’avevo i soldi, il successo, ma ogni volta che provavo a fare una cosa un po’ più sporca, un po’ più mia, sentivo il fiato sul collo di chi doveva far quadrare i conti. O con gli incassi, o con la sua giovinezza.

Edoardo: Abbiamo fatto il blues senza la coppola…

Pino si gratta la barba.

Pino: A volte però mi sento stanco di questa libertà, che mi pesa come una catena.

Edoardo: Ma quala catena? Piglia sta’ chitarra e fammi sentire se ti ricordi ancora come si fa piangere un muro…

Pino sposta la sedia, prende la chitarra dal divano.

Pino: A te non ha fatto mai male quando sotto al palco ti urlavano di cantare i pezzi vecchi? Io eseguivo una cosa nuova, una cosa dove ci avevo messo l’anima, e vedevo quelli in prima fila che aspettavano solo ‘Je so’ pazzo’… Io mi sentivo un juke-box.

Edoardo: E lo dici a me, che c’ho scritto pure una canzone, sul juke-box? Pareva che dovevamo stare lì a comando.

Pino accenna un giro di accordi, qualcosa di sospeso, che sa un po’ di jazz e un po’ di mare. Edoardo tira fuori l’armonica, la pulisce sulla manica.

Pino: È solo un’idea, niente di speciale.

Edoardo: Le idee ‘niente di speciale’ sono quelle che poi la gente canta per cinquant’anni. Vai attacca, Pinù.

L’armonica entra piano, graffiando l’aria della cucina.

Fuori Napoli corre, urla, non capisce.

Dentro, per un attimo, il tempo si è arreso.

 

Cronaca di un dialogo mai avvenuto, ma verissimo.