L’analisi. La sera in cui Sanremo ha celebrato la sua fine, nessuno se n’è accorto. Troppo occupati a contare i like, a magnificare presunte identità e a consolarsi con stereotipi da quattro soldi, mentre fuori dal teatro esplodeva il mondo.

E così, nell’ultima serata del festival, è arrivato l’Armageddon. Ma non quello biblico, inteso come scontro decisivo tra Bene e Male. Qui non ci sono schieramenti, non c’è lotta. Qui c’è solo il trionfo del nulla, il rimbombo sordo di una catastrofe silenziosa che azzera ogni significato sotto una coltre di lustrini e autocompiacimento.

Il Monte di Meghiddo, in questa versione italica, è il palco dell’Ariston. E la battaglia finale non è tra forze opposte, ma per accaparrarsi uno striminzito 22,2% di preferenze. Il vincitore, Sal Da Vinci, imbraccia la sua Napoli come uno scudo, ma è uno scudo di cartapesta. I suoi vocalizzi, che qualcuno osa chiamare canto, sono gargarismi di una tradizione morta e sepolta, l’estrema unzione a un belcanto che lui stesso, con la sua operazione nostalgia da villaggio turistico, contribuisce a dissacrare. È l’anguilla che sguscia via: pensi di afferrare l’anima di una città, e ti ritrovi tra le mani solo la sabbia dello stereotipo, quel “strappacuore enfatico e consolatorio” che il giornalista Aldo Cazzullo ha giustamente picconato, scatenando le ire del popolo bue. Perché, diciamolo, Sal Da Vinci non celebra Napoli: la mummina, la riduce a una cartolina sbiadita per matrimoni di regime, l’opposto della complessità vitale di un Pino Daniele o di un Eduardo. È il trionfo della pezza peggiore del buco.

Al suo fianco, sul podio del disastro, altri due araldi dell’apocalisse culturale. Ditonellapiaga, terza, ci delizia con le sue calze a rete, feticcio di una forza che è tutta in un look da burlesque di periferia. La sua musica? Un tecnopop che guarda agli anni ’80 con lo sguardo perso della nostalgica che non c’era, un sottofondo per sfilate di moda più che per anime in ascolto. Racconta di amare i contrasti e di cercare la forza nella scomodità di un tacco. Ma quale forza può venire da un autolesionismo da passerella? È la metafora perfetta di un’artista che confonde il nervo teso con l’ispirazione, e lo shopping compulsivo con la zona di comfort. La sindrome dello scontrino come bussola esistenziale.

E poi lui, Sayf, il secondo. Il ragazzo dal nome arabo che con il suo collettivo “Genovarabe” vorrebbe gettare un ponte tra il porto e il Maghreb. Peccato che su quel ponte, a Sanremo, ci abbia fatto sfilare solo la sua ambizione, un pop urban di maniera che annacqua qualsiasi istanza sociale in un ritornello orecchiabile. La mano di Fatima e la mezzaluna nei social sono diventate etichette esotiche, non il grido di una doppia appartenenza. È la versione politically correct e commerciabile dell’integrazione: un prodotto ben confezionato per le masse, che profuma di “Mediterraneo” solo quanto un pacchetto di patatine aromatizzate.

E mentre loro tre occupano il podio, fuori, come un oscuro contrappunto, arriva la notizia vera: la guerra in Medioriente è divampata, i missili solcano il cielo vicino al Burj Khalifa. Big Mama è bloccata a Dubai e lancia appelli disperati dai social. Ma all’interno della bolla di Sanremo, la domanda che rimbomba non è “come fermare la carneficina?”, bensì “chi sarà il vincitore?”. Carlo Conti apre la serata con un appello accorato, Pausini si commuove, Gino Cecchettin ricorda Giulia e le 301 donne uccise. Poi, via, si torna alla gara, ai fischi per l’esclusione di Serena Brancale, ai premi per il miglior testo a Fedez-Masini. La contraddizione è talmente gigantesca da non essere nemmeno più percepita. È la fine del mondo, e noi applaudiamo.

Henri Bergson parlava dello slancio vitale, quella spinta creativa che si oppone alla materia inerte. Qui, a Sanremo 2026, lo slancio vitale è morto soffocato dall’inerzia. L’Armageddon è questo: non la battaglia finale, ma l’assenza di qualsiasi battaglia. La resa incondizionata alla banalità, l’incapacità di ascoltare il fragore del mondo reale perché troppo presi a decifrare il verso di un’anguilla infiocchettata. Il festival non passerà alla storia, ma passerà alla cronaca come il giorno in cui, mentre tutto crollava, noi abbiamo deciso di ballare sulle macerie, convinti che fossero lustrini. E il peggio, come sempre, è che non ce ne siamo nemmeno accorti.

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Antonio Rossello
Antonio Rossello, è nato a Savona nel 1964 e vive ad Albisola Superiore (SV). Padre di Francesco. Laureato in Ingegneria meccanica all'Università degli Studi di Genova nel 1989, diploma di Laurea internazionale Dr. HC in Sociologia rilasciato dall’Università Internazionale U.P.T.E.A.G. il 24/04/2024 (Iscritto all'Associazione Sociologi Italiani al n. 383). Dopo il Corso Allievi Ufficiali di Complemento presso la Scuola Militare Alpina di Aosta, ha prestato servizio militare, nell'Arma dei Carabinieri come Ufficiale con il grado di Sottotenente nel 1989/90. Attualmente in congedo con il grado di Primo Capitano. Tornato alla vita civile, dal 1991 è alle dipendenze dell’azienda elettromeccanica genovese ANSALDO ENERGIA. E’ stato in trasferta per lavoro in vari Paesi europei, del Medio Oriente, dell’Africa del Nord e dell’Asia . Ha retto diversi incarichi civili ed associativi: membro dell’Assemblea del Corsorzio Depurazione Acque di Savona, Consigliere della Sezione di Savona e del Gruppo delle Albisole dell’Associazione Nazionale Alpini (ANA), prima Consigliere e, dal 2003 al 2011, Presidente dell’Associazione Nazionale Carabinieri (ANC) Sezione di Savona. Tra i promotori di varie iniziative a carattere sociale, culturale e patriottico promosse da ANC, ANA e Conferenza permanente dei Presidenti delle Associazioni d’Arma, Combattentistiche e Patriottiche della Provincia di Savona . Ulteriormente Socio dell’ I.P.A. (International Police Association), dell’U.N.U.C.I (Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia), dell’A.I.O.C. (Associazione Insigniti Onorificenze Cavalleresche), della F.I.V.L. (Federazione Italiana Volontari per la Libertà) e donatore di sangue dell’A.V.I.S. Insignito dell’Onorificenza di Cavaliere della Repubblica (O.M.R.I.) nel 2007, Cavaliere di Ufficio del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - Ramo Spagna (2024), dell’Attestato di Beneremenza dell’U.N.U.C.I , della Benemerenza Rossa A.V.I.S e dell’Onorificenza di Primo Livello dell'Associazione Italiana Combattenti Interalleati (A.I.C.I.). E’ autore di numerose pubblicazioni di vario genere ed è stato coinvolto, come coautore, in diverse antologie (vedere elenco completo su: https://retisocialienetworking.blogspot.com/p/curriculum-vitae-antonio-rossello-citta.html). Nel 2012 ha ricevuto la consegna della medaglia d’argento della FIVL. E’ attualmente Web Editor dei siti ufficiali di alcuni artisti ed autori locali, Presidente del Centro XXV Aprile, Presidente della Federazione Provinciale di Savona e della Sezione delle Albissole dell'Associazione Italiana Combattenti Interalleati (A.I.C.I.), Segretario della Federazione Provinciale di Savona dell'Associazione Nazionale Volontari di Guerra (A.N.V.G.), Presidente della Federazione Provinciale di Savona dell'Istituto del Nastro Azzurro, Segretario Associazione Nazionale Carabinieri Sez. Varazze e Socio ANCRI (ASSOCIAZIONE NAZIONALE INSIGNITI DELL'ORDINE AL MERITO DELLA REPUBBLICA ITALIANA), membro direttivo sindacale di categoria. Cofondatore della Rassegna multiculturale “Dal Mare alle Langhe fino al Monferrato”, dal 2013 ad oggi promossa dal Centro XXV Aprile, congiuntamente ad altre Associazioni e alle Amministrazioni di Bubbio (AT), Monastero Bormida (AT), Ponti (AL), Denice (Al), Albisola Superiore (SV), Albissola Marina (SV).