Roberto Latini dirige e interpreta la tragedia greca riscritta da Anouilh
Le scelte che (non) abbiamo fatto ci hanno portato fin qui. Con questa frase, che si legge sui televisori vintage disposti in fila sul palco, si chiude l’Antigone di Jean Anouilh, riscrittura della tragedia di Sofocle targata 1941 e riproposta dal regista Roberto Latini che ne è anche interprete.
Se di Anouilh viene mantenuta intatta se non addirittura potenziata la complessità del personaggio di Creonte, che rappresenta la ragion di Stato e il pragmatismo politico contrapposto al coraggio e alla lealtà della giovane Antigone, l’interpretazione e la regia di Latini ci trasportano in una dimensione intima e introspettiva, invitandoci a scoprire quanto noi stessi siamo abitati da questo dualismo.
Latini, innanzitutto, pur essendo uomo e più vicino a Creonte anagraficamente, sceglie di essere Antigone, diciannovenne solitaria e scostante. Scelta in sposa dal figlio di Creonte stesso e con un futuro più o meno radioso davanti a sé, a patto che scelga di dimenticare l’onta del tradimento del fratello Polinice per il quale il re ha vietato di dare sepoltura.
A dar voce a Creonte, invece, l’attrice Francesca Mazza, che fin dalle prime battute, imprime al suo personaggio un’umanità inconsueta e un affetto sincero verso la ragazza che tenta insistentemente di dissuadere dal suo proposito. Lo spettatore è spinto ad empatizzare anche con lui, mentre la durezza e la radicalità dell’Antigone sono accentuati dallo sguardo volitivo e dalla fisicità di Latini.
Tutta la rappresentazione sembra svilupparsi sul filo di tesi-antitesi, attraversata dal tema delle scelte che facciamo e fino a che punto possano essere impattanti.
C’è dualismo tra personaggio e interprete, poiché né Creonte né Antigone sono come lo spettatore se li è immaginati e anche quando ne prende atto, si accorge che in scena il regista non ha portato i personaggi ma un soliloquio, un essere umano che si scopre scisso, ambiguo, e guarda nel proprio riflesso. Come ha dichiarato Latini stesso, noi siamo sia Antigone che Creonte e verso quest’ultimo iniziamo a entrare in connessione solo molto avanti nel tempo, costretti a fare i conti con il realismo.
C’è dualismo tra il volto e la maschera che ogni personaggio indossa che rimanda all’ipocrisia e alla menzogna, ma anche quello tra il corpo degli attori e la loro voce: il primo rigido e dalle movenze simili alla marionetta e la seconda avvolgente e pervasiva.
Gli attori, infine, interpretano ciascuno almeno due personaggi, sono uno ma anche altro: Ilaria Drago, ad esempio, interpreta Emone, fidanzato di Antigone, e una guardia del re. L’uno immobile e sofferente, l’altro strampalato e dalla voice stridula.
Silvia Battaglio è Ismene, sorella di Antigone, ma è anche il messaggero. La nutrice, Manuela Kustermann, è anche il coro ed è la narratrice che apre lo spettacolo. Le guardie del re, infine, hanno corpi esili ed elmi di cartone, altro elemento antitetico.
Mentre in Anouilh la contrapposizione tra Creonte e Antigone rifletteva quella tra collaborazionismo francese e Resistenza, in Latini, la disputa tra ragion di Stato e coscienza individuale non è più solo riferibile al contesto storico ma soprattutto a quello umano e psicologico, connotato da contraddizioni alle quali non si dà soluzione o risposta.
Uno spettacolo trascinante, in cui Latini e Mazza danno prova di straordinaria presenza scenica e una scenografia scarna ed essenziale dove la strada diventa metafora delle scelte che ognuno è chiamato a compiere, come ci ricorda la frase citata all’inizio. Frase che Latini ha scelto di inserire pur non essendo di Anouilh.
Antigone, di Jean Anouilh, traduzione Andrea Rodighiero. Lo spettacolo ha debuttato a luglio nell’Anfiteatro di Ostia antica ed è attualmente in tournée.
Anna Cavallo
Cover: Roberto Latini in Antigone @Manuela Giusto




